Considerazioni sul libro ‘Religione per atei’

Ho letto il libro Religione per atei di Alain De Botton. L’argomento mi interessa vivamente e sinceramente (forse in quanto neofita della laicità cerco menti illuminate e slanci che però in questo libro decisamente non ho trovato).
Sinceramente la mia impressione, a parte qualche spunto interessante*, non è stata positiva. Innanzitutto manca un chiarimento su cosa l’autore intenda con il termine laicità. Si direbbe piuttosto che confonda questo concetto con quello di secolarizzazione, consumismo e capitalismo che sono categorie diverse che possono convivere tanto con la laicità che con la religiostà.

L’abitudine, inculcata all’autore fin da piccolo dai suoi genitori, di denigrare i credenti e ritenerli gente stupida e priva del diritto di ricevere stima e credito, forse lo ha largamente condizionato anche nella pretesa di scrivere una guida alla religione per atei. Senza accorgersene offende i laici indicando le pratiche esteriori delle religioni come la chiave magica che essi dovrebbero adottare. Come se l’etica laica non esistesse. Come se il non credere non portasse con sé delle responsabilità di convivenza civile e significasse solo una perdita di valori e un doloroso senso di solitudine umana da arginare con pratiche liturgiche e rituali.

L’autore  con il suo ultimo libro cerca la trovata a effetto e sicuramente la ottiene, sia come presentatore che come produttore di best seller. Propone provocatoriamente, ad esempio,  l’istituzione di un ristorante che dovrebbe ricordare l’Agape dei primi cristiani e in cui tutti dovrebbero poter essere aperti alla conoscenza di tutti. Una volta l’anno ci si dovrebbe abbandonare, in questo locale, a eccessi e trasgressioni sessuali. Se non bastasse, il testo è corredato di fotografie esemplificative (una ogni tre pagine in media), inclusa la messa in scena del ristorante di cui sopra con avventori nudi intenti nei divertimenti descritti. Seguono qua e là madonne a esemplificare la maternità universale e pertanto il bisogno umano di una consolazione perenne (come se un ateo non fosse in grado di apprezzare da solo una gran madre primitiva o una vergine con bambino del Rinascimento). Seguono ancora affermazioni che mi lasciano perplessa come quella che l’uomo è in cerca di qualcuno che lo sorvegli e quella che escogitare un corrispettivo laico dei meccanismi istituzionalizzati di tutela della morale, sarebbe assolutamente ciò che fa per l’umanità. Il tutto senza mai sfiorare neanche con un accenno al senso delle norme civili condivise. Che fine hanno fatto la responsabilità personale, la responsabilità di essere adulti affrancati da un perenne infantilismo, il pluralismo, concetti tutti che, per quel poco che ne so, sono portanti della laicità ? Mi sarei aspettata qualche parola sul diritto, sulle costituzioni, sulla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Niente. Solo espedienti esteriori. La religione (dando per scontato un dominio di significato onnicomprensivo e omologante del termine religione che è invece tutt’altro che scontato) avrebbe saputo rispondere alla fragilità umana come una sorta di psicoterapia e si dovrebbero (sempre togliendo il trascendente si intende) imitare i suoi  rituali e le sue liturgie (fra l’altro non mi sembra neanche una trovata originale ma tuttalpiù aggiornata alla psicanalisi da rivista per sale d’aspetto di parrucchiere). Persino le agenzie di viaggio dovrebbero saper indicare destinazioni terapeutiche.
Se dovessi scegliere le pantomime senza la trascendenza lo troverei avvilente e ridicolo (già provo un certo disagio quando entrando in classe gli alunni si alzano tutti in piedi e alla vista dei soldati tutti sull’attenti e presentate le armi in cerimonia ufficiale, eccetera).
Altre idee dell’autore: i musei dovrebbero prendere il ruolo delle chiese, il calendario dovrebbe celebrare a giorni ben stabiliti i progressi e i valori della laicità, i santi laici come inventori, scrittori e pensatori e così via (ci avevano già provato durante la Rivoluzione Francese e finirono nel Terrore).

E’ vero. Da un punto di vista religioso nel celebrare culti e riti si canta insieme a sconosciuti, si modula il calendario e la tempistica settimanale e giornaliera, nel contemplare sacre rappresentazioni si riceve insegnamento morale e così via dicendo.
Mi sembra però di banalizzazione estrema dire che si dovrebbero trasformare i musei nel corrispettivo delle chiese e fare delle opere d’arte i nostri fari di morale. Come conciliare il messaggio di una maternità cattolica con quello della Merda d’autore di Piero Manzoni o con le tante dissacrazioni delle istituzioni volute dall’arte contemporanea? Chi dovrebbe stabilire un canone delle opere? Chi sarebbe a decidere se dobbiamo laicamente meditare sull’esaltazione della violenza e della guerra dei futuristi o su diverse tematiche ai fini della nostra formazione morale? In un museo per fortuna trovano spazio senza giudizio tutte le espressioni dell’arte, sia che il messaggio che portano ci sembri condivisibile, sia che lo leggiamo come un segno della storia.

In questo senso altrettanto banale sembra il suggerimento di modificare lo status dei corsi universitari di letteratura che dovrebbero, secondo De Botton, avviare gli studenti a trarre insegnamenti morali per il quotidiano dalla lettura delle opere letterarie. Madame Bovary darebbe insegnamenti sul matrimonio e così via. Il rapporto personale del lettore  con la letteratura per fortuna non ha bisogno di essere istituzionalizzato in corsi universitari e chi legge anche senza frequentare l’università  sa benissimo far uso personale (anche e perché no terapeutico) delle proprie letture o farne l’uso che ritiene più opportuno. Ma l’università è qualcosa di diverso.
Non mi dilungo oltre. L’autore suggerisce nuovi compiti anche alla scienza che in sostanza dovrebbe diventare divulgativa e morale, dovrebbe insegnare all’uomo la sua finitezza e ridimensionare la sua tendenza egocentrica.

Insomma per quel poco che ne posso capire, direi che l’ateismo già soffre un po’ del definirsi per negazione. Per quel che ne posso personalmente dire, non ha certo bisogno di scimmiottare la religione.

NOTA*
Gli spunti interessanti erano stati già tutti indicati dal nostro amico blogger Stefano che non so se abbia letto il libro per intero. Sarei interessata a una sua replica alla mia recensione.

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About Mariangela Menghini

Insegnante di lettere alla scuola media, guida turistica. Interessi molteplici, esperienze varie (sia professionali che amatoriali): arte, letteratura, cinema, insegnamento lingua italiana e italiano per stranieri, chitarra, viaggi, ospitalità couchsurfing, sociologia delle religioni e partecipazione e fuoriuscitismo da movimenti e comunità cattoliche. Altro... con tendenza a fare più cose alla volta... e a non portarle a termine tutte.

5 thoughts on “Considerazioni sul libro ‘Religione per atei’

  1. Questo De Bottom, da ciò che dici, appare un po’ confuso, nonostante crede di avere una risposta per tutto e una soluzione a tutti i problemi. Uno sciocco ottimista, insomma. Forse però, dietro tanta banalità e semplicioneria può celarsi un animo in ricerca. Buon 2012. Pietro

    • Ma no, anzi sciocco non lo direi questo De Botton. Il suo libro è leggibilissimo e me lo sono fatto fuori in poche ore, tocca un po’ tutti gli aspetti dello scibile umano in modo un po’ divulgativo e riduttivo, banalizzante se vogliamo. Inoltre non darei dello sciocco a qualcuno di cui posso non condividere le posizioni. Il denigrare i credenti è un aspetto che mi infastidice in certa pubblicistica dichiaratamente atea. Non vorrei fare altrettanto. Vorrei rispettare le opinioni di tutti e confrontarmi sinceramente a cuore aperto e dal confronto con questo libro sono venute fuori queste considerazioni. L’argomento mi interessa e l’ho ascoltato fino alla fine. Qui ho messo solo le critiche, ma aspetti di interesse ce ne possono essere. Io stessa ho spesso questo tarlo del fatto che la laicità manca di amore e di comunità e altruismo. Poi penso magari a Gino Strada, a Amnesty International e non sono più tanto sicura di aver ragione. Buon anno anche a te Pietro. (Mi sa che non hai mai ricevuto la mia mail).

      • Non ho letto la tua mail anche perché non ricordo più la password relativa a lucignolo.
        De Botton non sarà sciocco, ma leggendo quanto hai scritto mi era sembrato un ultras dell’ottimismo. Ma la tentazione di scrivere un’opera omnia è di molti e non solo la sua. Ma una tale opera è un’impresa ardua: o si scrive una summa, alla san Tommaso, correndo il rischio di fare una fatica titanica per non essere letto da nessuno, o si sintetizza tutto il proprio illuminato scibile in poche paginette leggibili che però, necessariamente, appaiono sempliciste. Ma ogni sincero tentativo di indagare risponde ad un impulso umano. A presto

  2. Cara Mariangela,
    innanzitutto volevo dirti che ho letto per intero il libro di De Botton, altrimenti non avrei fatto una specie di recensione. Ti confesso che l’ho letto in e-book, in un libro elettronico, ma questo non cambia molto la sostanza delle cose.
    Il libro “Del buon uso della religione. Una guida per non credenti” è a mio avviso un buon libro e ti spiegherò il perché.
    Siamo spesso abituati a pensare che le buone idee, soprattutto su argomenti filosofici e religiosi, possano essere proposte su trattati ponderosi, libri analitici in cui è spiegato tutto meticolosamente, sistemi onnicomprensivi dove nulla è lasciato al caso. Ecco, io quel genere di libri, sinceramente, cerco di evitarli. Trovo invece molto più stimolante il pamphlet o il saggio che spazzia in modo libero e un po’ anarchico su materie diverse (filosofia, spiritualità, arte, architettura, ecc.), propone un modo nuovo di vedere istituzioni che puzzano di decrepito (chiese, partiti, scuole), fuoriesce dai soliti confini ideologici che tutti gli “ismi” religiosi, scientifici e politici hanno creato nel corso dei secoli passati, bloccando la nostra creatività.
    De Botton, nel suo piccolo (non stiamo parlando ovviamente di Schopenhauer o Nietzschze), cerca di proporre semplicemente una ricetta, una guida, un’agenda, che può essere utile anche ai non credenti per considerare ciò che c’è di buono nella pratica (non nell’ideologia) religiosa. Un utilizzo non consumistico, non celebrativo, non formale, ma che è un modo personale di riscoprire l’importanza della ritualità, dello stare insieme, della condivisione, senza che per questo dobbiamo chiamare queste pratiche con il loro nome religioso (messa, funzione, meditazione, celebrazione, ecc.).
    Se una persona non crede in Dio può spezzare il pane e bere il vino con gli altri e sentirsi in comunione, oppure no? Se una persona non è buddhista o induista può praticare la meditazione come esperienza di benessere esistenziale, oppure no? Al di là delle etichette, che spesso dividono le persone oltre che i saperi, abbiamo la possibilità di ritrovarci, in quanto uomini e in quanto condividiamo la consapevolezza della bellezza del mondo?
    Queste domande – che sono le stesse che si pone De Botton – mi sono spesso posto nella mia esperienza di vita. Un’esperienza che negli ultimi anni cerca le ragioni per unire e non per dividere. Cerca le ragioni per trovare le cose che ci accomunano e non quelle che ci separano. Sul nuovo senso della comunità che da questo ne può derivare rimando all’ultimo articolo del mio blog (http://stefano-risveglio.blogspot.com/2012/01/sul-bi-sogno-di-comunita.html), ispirato proprio dalla lettura di De Botton.
    Naturalmente, si può rimanere ognuno della propria opinione. A me, ad es., sembra molto interessante la proposta di De Botton di creare una scuola, una università popolare che educhi alla saggezza della vita: “ci sarebbero lezioni su come stare soli, di considerare il proprio lavoro, migliorare i propri rapporti con i bambini, di stabilire un contatto con la natura e affrontare la malattia. Un’università sensibile alle reali responsabilità delle opere culturali in un’epoca laica fonderebbe un dipartimento per le relazioni, un istituto per la morte e un centro per la conoscenza di sé”. Naturalmente, sono anche delle provocazioni. Ma, di fronte a facoltà di medicina che insegnano fondamentalmente a curare dissezionando il corpo delle persone, mi sembrerebbe una bella idea insegnare anche a considerare queste persone e le loro malattie come un tutto integrato.
    Così come fare dell’arte e della letteratura un percorso di osservazione interiore, oltreché un sempre più sterile esercizio di stile (come accadeva, ad es., nel film “L’attimo fuggente”); potrebbe essere un modo per dare nuova vita alla cultura, sempre più mercificata ad oggetto di consumo.
    Trovo molto carino anche quando De Botton parla del come fare della scuola anche un luogo che non punti solo all’elevazione intellettuale, ma che prepari e formi anche i cinque sensi “non solo ascoltando e leggendo, ma anche, e soprattutto, facendo: mangiando, bevendo, nuotando, camminando e cantando. Il buddhismo zen, per esempio, propone concetti come l’importanza dell’amicizia, l’inevitabilità della frustrazione e l’imperfezione delle attività umane, ma non si limita a tenere lezioni su questi temi, bensì aiuta i suoi seguaci ad apprenderli in modo diretto con attività come la disposizione dei fiori, la calligrafia, la meditazione, le passeggiate, il rastrellamento della ghiaia e, notoriamente, la preparazione e il consumo del tè.”
    Il tutto ovviamente non va preso alla lettera. L’importante, è lo spirito.

    • Ciao e grazie. Mi hai risposto anche in maniera più esauriente di quanto mi aspettassi. Ho letto l’articolo sulle comunità nel tuo blog e ho postato un commento. Sicuramente ricco di risonanze il seguito di questa lettura, nonostante le critiche :-).

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