Cap. 1

Capitolo 1

 

 

Il filosofo Jacob Taubes tenne le lezioni riportate nel libro che campeggia sulla mia scrivania ininterrottamente da più di sette  mesi, nel Gennaio del 1987 al Centro studi della comunità evangelica di Heidelberg. Il linguaggio era reso dalla lingua tedesca in una traduzione amabile, rendeva l’immediatezza dell’oralità e comunicava direttamente con il lettore che, come ho detto, stava lì a mo’ di ascoltatore. Insisto su questa cosa perché anche nella realtà della Bibbia l’ascolto è fondamentale e grazie alla piacevolezza del discorso diretto, il libro di Taubes era stupendamente ‘ascoltabile’. Mi piacque sul momento che l’autore parlasse della malattia incurabile che incombeva drammaticamente sulla sua persona:  un uomo così nudo, spogliato di difese, coraggioso, mi sembrò degno subito di ascolto e visto che l’ascolto vero implica una fiducia, divenne degno di una mia immediata simpatia. Si era presentato in modo che le difficoltà dell’argomento, filosofia tedesca di altissimo livello,  non riuscirono a spaventarmi più di tanto. Ma difficoltà ci furono e furono molte. Riuscirono, però, ad impreziosire oltre modo l’argomento trattato nel libro come se dovesse gradualmente disvelarsi alle mie orecchie, alla mia mente e, direi, anche al mio animo. Un libro, infatti, bisogna leggerlo col cuore altrimenti non è una vera lettura, deve essere un momento d’amore, d’amore fortissimo.  Jacob Taubes, in quella occasione, cominciava le sue lezioni con un argomento molto personale, dando ragione del cambio di tema che aveva affrontato passando da una meditazione sulla Prima Lettera ai Corinzi, alla Lettera ai Romani. Fu un incontro epistolare con Carl Schmitt a persuaderlo. Carl Schmit un pezzo da novanta del Nazismo. Non essendo in alcun modo al di dentro di tematiche riguardanti la filosofia tedesca di quegli anni, non avevo  potuto che andare ad informarmi e quanto venni a sapere fu per me una delle tante sorprese che l’uomo Taubes mi riservò. Una breve indagine mi rese noto che Carl Schmitt aveva in se due elementi che potevano attrarre l’amico Taubes: l’ attenzione per  Paolo di Tarso, che tutto sommato ci poteva stare e l’essere l’ideologo dell’antisemitismo nazista cosa che assolutamente non poteva starci essendo Taubes ebreo. Da questo punto in poi i conti non  tornarono più e compresi che mi trovavo davanti ad una personalità particolare, che esulava dai miei ristretti e limitati orizzonti. Come avrebbe potuto essere diversamente, un libro consigliatomi direttamente dal Professore? Non lo lessi perché era segnalato in bibliografia, figuriamoci! Lo feci perché mi scrisse nella email che, chissà, forse sarebbe potuto piacere anche a me.

Immaginavo Jacob Taubes nel Gennaio 1987, in una fredda città tedesca, quest’uomo malato seduto ex cathedra: chiedeva agli astanti il permesso di raccontare la storia della sua corrispondenza con l’ideologo del Nazismo! Raccontava episodi così concreti di relazione, di dialogo, un “uomo per”,  eis userebbe  Paolo in greco. Fu proprio il sapere che il suo tempo incalzava che lo portò a decidere di non parlare più nella sua conferenza della Prima Lettera ai Corinzi, secondo un suo originario progetto, ma a prediligere la Lettera ai Romani. Una scelta che aveva dell’audace essendo Heidelberg la città di grandi studiosi-teologi  neotestamentari. Cosa dovrebbe fare il povero Jacob? Portare nottole ad Heidelberg?  E qui la dichiarazione fondamentale che Egli non intendeva occuparsi del  Paolo di cui si occupano solitamente le facoltà teologiche. Si potrebbe dire ‘mette le mani avanti’ ma in realtà queste lezioni-orazioni misero le mani in pasta, cioè mescolarono i suoi interessi personali nella vicenda. Sembrava dicesse agli ascoltatori: <<Ora vi preparerò un banchetto di cibi succulenti di grasse vivande, di una pasta che vi si appiccicherà addosso, che vi coinvolgerà personalmente>>.

La lettura di  Paolo da Taubes tenuta con Carl Schmitt aveva, infatti, dell’incredibile. Era stato quest’ultimo a pregare Jacob di raggiungerlo a Pletenberg, nel Sauerland, sua città natale luogo per me oscurissimo. Jacob riportava nel libro le parole dettegli dal suo “avversario” al telefono: <<Ho letto e riletto la Sua lettera, sto molto male. Non so quanto mi resta da vivere, venga qui subito>>. E Taubes raggiunse subito Schmitt da Parigi benché fosse imminente il Capodanno ebraico, lasciando comprendere che questo frangente lo disturbava un po’: avrebbe dovuto aumentare la sua possibilità di un negarsi e invece…ci andò. Il Nostro parla dell’incontro in tono esaltante lasciando intendere come furono dette delle cose che Taubes non avrebbe mai potuto dimenticare ma di cui, come un confessore vero e proprio, non poteva parlare. Nucleo di tutto, però, fu la lettura di Romani 9-11.

Chi è un po’ in confidenza con la Bibbia sa bene che in questi capitoli Paolo tratta, dopo aver illustrato in toni poetici fino al culmine oratorio e teologico del capitolo 8, della situazione privilegiata di Israele nella economia della salvezza. Su questi capitoli si accesero dibattiti incandescenti riguardo alla predestinazione e altre maximae questiones a livello teologico da Agostino a Lutero e oltre.  Furono capitoli male interpretati riflettendo in merito alla posizione degli Ebrei nella dinamica della Storia, ma qui lo straordinario è che un ideologo del nazismo, cattolico di religione, razzista di politica, chiedesse in fin di vita ad un ebreo di leggerli insieme. Taubes ne fu radicalmente influenzato perché la formazione di giuricostituzionalista di Schmitt,  portò la lettura su un livello non teologico ma assolutamente storico-politico. Da qui il titolo del libro, da qui l’approccio nuovo alla Lettera ai Romani. Davvero interessante  l’atteggiamento di Taubes mentre illustrava a Schmitt come Mosè , portavoce del popolo di Israele, rifiutò per ben due volte, la proposta fattagli da Jahvè che, apparentemente disgustato dall’infedeltà di Israele, sembrava voler fondare un nuovo popolo. Mosè si rifiutò di farlo e si pose ancora quale mediatore di misericordia per Israele presso Dio. Paolo a differenza di Mosè accetterà invece di fondare un popolo nuovo; questo è un tema ricorrente nei capitoli 9-11 della  Lettera ai Romani. Taubes si fermò nel contesto ad illustrare a Schmitt che glielo aveva chiesto, il rito ebraico della festa di Jom Kippur il giorno dell’espiazione cosa che purtroppo nel testo non veniva ripetuto. Questa scelta antitetica tra Mosè e Paolo, insieme al dibattito su cosa significasse un ‘popolo nuovo’ furono oggetto, dunque, del colloquio tra i due. Il tono concitato del racconto da parte di Taubes fa intendere la profondità e l’entusiasmo dei relatori, il loro stupore, la loro meraviglia anche quando Jacob citava a memoria l’ultime parole di Carl: <<Taubes, prima di morire, racconti anche a qualcun altro queste cose>>. E aggiunge: <<Fu questo il modo in cui io povero Giobbe, approdai alla lettera ai Romani: da Ebreo, non da professore _ titolo cui non tengo in modo eccessivo, se non perché mi da vivere dignitosamente>>. E poi aggiungeva repentino: <<Prima di tentare di leggere con voi la Lettera ai Romani…>>. Capii in quel momento che le mie letture della Lettera ai Romani tenute fino ad allora erano state limitatissime, che non avrei capito più niente in modo esatto della Parola di Dio se non ci fosse stato un ebreo a leggerla con me, che non dovevo sentirmi in modo presuntuoso, forte di tutta la nostra splendida teologia, che anche un teorico del nazismo aveva insegnato qualcosa ad un ebreo!  Ora Taubes si accingeva a sprofondarsi nella Lettera ai Romani con me! sì perché in quel “voi” c’eravamo un po’ tutti. La cosa mi sembrava meravigliosa. Il resto del Capitolo proseguiva riportando altri episodi del concreto vissuto di Taubes che facevano emergere con sempre maggiore chiarezza come l’ignoranza della Bibbia, nel modo in cui ravvisava egli in questi paragrafi, era una catastrofe per molti: per la filologia che rischiava di non comprendere le Lettere di Paolo, per la teologia che chiusa nelle proprie monadi, non contattava in alcun modo la filosofia e  per gli studenti  che avrebbero dovuto tutti  tornare al Catechismo. Concludeva il capitolo invitando i suoi ascoltatori: <<La diffusa ignoranza della Bibbia è implicita nella concezione umanistico-humboltiana della cultura, in questa interpretatio graeca della storia europea. Personalmente, non posso farci nulla>>. Mi chiesi sorridendo cosa ne aveva pensato il Professore grecista fino all’inverosimile ma probabilmente anche umile se mi aveva invitato alla lettura di questo testo singolare. Tempo fa avevo detto tra me e me, stringendo il mio pugno di mosche tra le mani, di aver perso troppo tempo dietro alla Bibbia negli anni della mia giovinezza e me ne ero stoltamente pentita, <<Dio mi perdoni>>, ripetevo. <<Un’ora di lettura biblica è più importane di un’ ora di letture hegeliane>> continuava invece a gridare il Nostro amico. Ora, io conosco pochissimo Hegel forse un po’ di più Erodoto anche se ignorante da entrambe le parti ma, quella sera mi avvicinai alla lettura della Lettera ai Romani con un altro spirito, lo Spirito che  chiamiamo Santo, Sanctus, separato, diverso, sì, con uno Spirito diverso.

Ἀλήθειαν λέγω ἐν Χριστῷ , οὐ ψεύδομαι ,συνμαρτυρούσης μοι τῆς συνειδήσεώς μου ἐν πνεύματιἁγίῳ ,  ὅτι λύπη μοί ἐστιν μεγάλη καὶ ἀδιάλειπτος ὀδύνη τῇκαρδίᾳ μου

Dico la verità in Cristo e non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nella Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Rom. 9 , 1.

Era questo l’incipit del Capitolo 9, lo stesso che lessero i due protagonisti della mia giornata. La prima parola aletheia verità,  fortificata dall’essere detta in Cristo, il Dio cui era piaciuto definirsi Verità in persona e ancora l’insistenza di quel ‘non mentisco’. Mi sembrava di sentire tutto l’amore di Paolo per i suoi consanguinei in tali dichiarazioni, in quel dolore grande e nella sua  sofferenza continua lupe megale kai adialeiptos odune; non procedetti ulteriormente. Non c’era bisogno di altro. Eravamo tutti malati, Carl Schmitt, Jacob Taubes, Paolo e io. La sofferenza è il vademecum per orientarsi bene ovunque e, a quanto pare, a qualsiasi livello. Il capitolo che si chiudeva era stato intitolato da Taubes ‘approccio autobiografico alla Lettera ai Romani’: beh, di autobiografico ce n’era nel mio piccolo sentiero di cammino ma in verità mi piace mescolarmi ora, senza protagonismo alcuno, nelle pagine di Taubes, se Lui mi vuole e mi deve volere per forza! All’inizio del Capitolo II,  dunque, il rabbino che mi stava guidando illustrava la tradizione storico religiosa ebraica in cui egli si collocava: rispetto a Paolo poca roba, rispetto a Gesù saggistica romanzata, la chiamava. Chissà a cosa si riferiva mi interrogavo io nella mia profonda e fiera ignoranza. Deve arrivare un momento in cui tutti gli Europei si renderanno conto della loro fiera e superba ignoranza rispetto all’ebraismo con chissà quali esiti. Se in questi primi duemila anni anche , forse l’inconsapevolezza ordinaria e prepotente aveva portato alla Shoà, quanto in basso si potrebbe ancora arrivare?. Intanto in quel momento io facevo quel che potevo: non potendo andare in alcuna biblioteca a causa della mia malattia e non potendo acquistare alcun libro via internet a causa della mia povertà,  mi diedi da fare come potei:  leggevo ascoltando con grande attenzione, mi sembrava di sentire la voce del relatore: “Gli studi ebraici su San Paolo sono piuttosto modesti: anzitutto sono saggistica romanzata su Gesù, a nice guy, il rabbino di Galilea, la predica della montagna, tutto era già scritto nel Talmud, e così via. A questa affermazione Harnak rispose una volta con grande puntualità: purtroppo c’è scritto anche dell’altro![1]” diceva Taubes. (ricordiamo che stava ribadendo qualcosa che aveva promesso di dire a qualcuno prima di morire).  Menzionava, poi, altra letteratura apologetica ebraica su  cui non posso tacere perche ancora trovavo qualcosa di dirimente, il parlare con fiero disgusto di un gruppo di sedicenti giornalisti dell’Accademia evangelica di  cui  Lui si rifiutava persino di esprimersi. “Lo disgustavano perché avevano prima sterminato sei milioni di ebrei e poi non facevano che cercarne uno con cui dialogare. Bisognava riconoscere che qualcosa aveva reso impossibile il dialogo, perché i morti non si possono resuscitare!” Presentava poi un libro, destinato ad un pubblico colto, di Josef Klausner, Von Jesus zu Paulus, non metto la traduzione perché voglio dimostrare che, nonostante tutto, la mia settimana a Tubingen a qualcosa è servita. Non mi fermo a lungo su questo Sig. Klausner perché Taubes lo tratta malissimo secondo me, peggio che se gli avesse concupito la sorella con malefico inganno.

Leo Baeck invece gli piaceva molto, perché leggeva ogni giorno le tragedie greche (figuriamoci come poteva piacere a me!!!) “ma”, inseriva un avversativo che aveva bisogno di indagine, “aveva una sensibilità per la Haggadah”. Penso che su questo signore ci fermeremo un  po’ di più e scaricheremo anche la foto anche perché i tedeschi ne hanno messo l’immagine su un francobollo del 1957.


[1] Harnak un filosofo protestante dell’Ottocento che mi fece ricordare il mio viaggio studio a Tubingen, e mi mise un po’ di tristezza : io non mi sono mai perdonata fino in fondo di essermi ammalata.

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