Gli intellettuali: il dovere del giudizio storico

E’ molto bello questo recente genere di documentario per il cinema in cui è quasi assente il commento e il giudizio. Il fatto che sia bello e interessante però non può esimere da una lettura intelligente e da un commento.

Esempi.
Proiettato l’altro ieri su La7 Silvio forever, film di Renato Faenza sull’ascesa di S.B.
A seguire il dibattito di tre giornalisti: Ferrara, Mieli e Scalfari, ciascuno con la propria interpretazione della politica e della storia italiana oltre che di S.B.
Ferrara e Scalfari, che notoriamente hanno posizioni diametralmente opposte nel giudicare il personaggio, hanno valutato positivamente il film, a tutti e due è piaciuto. Sì, tranne che per il primo rende l’idea della grandezza dell’uomo che troverebbe riscontro nel consenso di popolo che ottiene. Mentre per il secondo a mostrarsi attraverso i fatti è l’errore in cui cade con il facile e superficiale consenso il popolo italiano sempre in attesa del narciso e dell’uomo della provvidenza, come se gli eventi non avessero insegnato nulla. Non entro per ora nel merito del dibattito che però è stato interessante.

Per la seconda volta nel giro di pochi giorni mi ritrovo a constatare come uno stesso film a carattere documentario (e impostato con la tecnica del far parlare i personaggi e i fatti da sé senza quasi aggiungere altro) possa, a parità di contenuto, eccitare gli animi e confermare in un senso e anche nell’altro i giudizi e le rispettive convinzioni di chi lo guarda.

L’altro film a carattere documentario che voglio citare è This is my land Hebron di Giulia Amati. Documenta l’insediamento di 400 coloni israeliani negli ultimi decenni a Hebron sotto la violenta scorta militare di oltre mille soldati (alcuni hanno defezionato e raccontano attraverso l’associazione Breaking the silence le violenze inferte a danno di una maggioranza di palestinesi).
Alla presentazione del film si sono ritenuti soddisfatti sia i fautori della colonizzazione ebraica che gli attivisti per i diritti umani dei palestinesi. Entrambe le parti sono convinte che il film parli da sé e renda conto della propria ragione.

Si mette in scena qualcuno che dice “sono invincibile” oppure qualcuno che sbandierando la Bibbia dice “siamo il popolo eletto e questa è la nostra terra, Dio ce l’ha promessa”, si forniscono anche cifre, dati storici. Che effetto produce il documentario sugli spettatori? A sorpresa tutti gli schieramenti e gli opposti sono contenti e si sentono rappresentati. A tutti sembra conseguente il giudizio. Forse anche gli incerti restano incerti e considerano troppo difficile il giudizio e per poterlo esprimere ci vuole la capacità di trovare le ragioni e di argomentare .

Cosa intendo dire con questa riflessione? Che il dovere del documentarista è documentare e montare un lavoro che faccia emergere i fatti e le posizioni delle parti dalla diretta voce degli interessati. Compito dell’intellettuale è interpretare, esprimere giudizi storici, mettere in relazione i fatti, schierarsi o restare isolati dai facili schieramenti se necessario. Anzi dirò di più, ciascuno nell’esercizio del proprio intelletto dovrebbe fare questo ulteriore sforzo di interpretazione e soprattutto torno a dire di giudizio intelligente e argomentato. Oggi la cultura di massa e l’accesso in massa a una massa di informazioni mette tutti molto di più davanti alla responsabilità di sapere e di pensare su ciò che si sa per poter giudicare, oggi tutti hanno il dovere  ma gli intellettuali per primi non si possono fermare al documento. Intendo il termine intellettuale nell’accezione di Pasolini.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.
(Pierpaolo Pasolini, Corriere della sera 14 novembre 1974)

2 thoughts on “Gli intellettuali: il dovere del giudizio storico

  1. Vorrei aggiungere quanto segue ancora sulla legittimità, anzi necessità del giudizio.
    Citazione da Il fatto quotidiano 13 settembre 2011

    Dall’intervista ad Alberto Moravia

    contenuta nel documentario Comizi

    d’amore (1965) di Pier Paolo Pasolini.

    Chiede Pasolini: “Sono reduce da un mondo di

    scandalizzati. Tu, Moravia, ti scandalizzi o no?”. Alberto

    Moravia: “Mai. Potrei dire che mi scandalizza la

    stupidità, ma poi non è vero neanche. Penso che c’è

    sempre la possibilità concreta di capire le cose. Le cose

    che si capiscono non scandalizzano, tutt’al più vanno

    riferite a un giudizio. Il giudizio è legittimo, non lo

    scandalo”.

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