LA “FIERA DEI MORTI” DI PERUGIA

La finestra di casa mia è aperta sulla “Fiera dei Morti” di Perugia. Forse è anche il nome macabro che ha decretato il successo della Fiera, che segue la Festa dei Morti, magari gustando le Fave dei Morti …
Ho scoperto che questa tradizione è diffusa anche in alcune città francesi.
Voglio però riflettere con voi su questo rituale della mia città che io, personalmente, trovo privo di una benchè minima attrazione, ma che coinvolge migliaia di miei concittadini, sembra divertendoli e provocando code di automobili inverosimili. C’è perfino un grande dispiego di servizi pubblici (polizia, vigili, pompieri, ambulanze) magari degno di migliori cause.


Ma torniamo alla festa. La tradizione vuole che tutti i perugini si rechino almeno una volta alla Fiera e che vi comprino ALMENO UN OGGETTO, da riportare a casa. Che si tratti di un ombrello, di una scopa, di una sciarpetta o di un qualsiasi altro straccio, non importa: purché si torni indietro con una busta piena di quel ciarpame, di oggetti già in partenza ritenuti inutili e ingombranti, che possano testimoniare la presenza al “Mercato dei Morti”.
Viene attribuito addirittura un valore scaramantico e benaugurale ad ogni minimo acquisto.
Il colmo è che i perugini sono coscienti, il più delle volte, della perfetta inutilità della visita, però se ne bèano e, durante lo struscio, si fanno vedere contenti e curiosi come bambini che hanno marinato la scuola. Se li incroci nelle viuzze tra uno stand e l’altro, sono costretti a sorriderti, impacciati e con la faccia ebete, presi nella loro consapevole stupidità !
Prima o poi ci passano quasi tutti, come in un supermercato all’aperto delle cose senza senso, dove raramente uno oggetto è di qualità. Alla fine, pur di non tornare a mani vuote, si è costretti a pagare una tassa minima di presenza, a costo di sentirsi dire appena a casa : “ma che ci farai con questa schifezza ?!”
Le luci colorate delle lanterne si mescolano all’odore delle piadine, degli hot-dogs e dei croccanti caramellati, insieme al rumore dei “Baracconi”, il vicino luna park con le sue assordanti macchine da gioco: suggestioni, illusioni e … tanta confusione.
Insomma, parafrasando Vasco Rossi : Vorrei trovare, un senso a questa Fiera, anche se questa Fiera, un senso non ce l’ha !!!

One thought on “LA “FIERA DEI MORTI” DI PERUGIA

  1. Ciao Valter e benvenuto con il tuo primo post.
    Le fiere e i mercati, che fascino pensarli nel loro significato storico originario! Pensa, nel medioevo, quando i villani si portavano carrettate di prodotti di campagna e artigianato, canestri intrecciati in vimini, piccioni e galline a zampe legate a starnazzare, oggetti intagliati in legno e via dicendo da vendere e andavano cercando stoffe pregiate per rimpannucciarsi magari per le feste o cerimonie e riti di passaggio o di domenica, o ancora cercavano lame rarissime di Toledo, lenti, pentole, tegami e così via. Il mercato era l’essenza dell’interscambio vitale e sicuramente asimmetrico tra la città e la campagna. Segnava la fine di grandi lavori agricoli, e forse la “Fiera dei Morti” da noi festeggiava l’avvenuta raccolta delle olive. Mi vien voglia di studiarla. Non ne so nulla, come nulla so di questi biscotti detti “fave dei morti”…. c’è un che di pagano che meriterebbe un approfondimento.
    Oggi la globalizzazione trasforma l’evento economico e storico in una fiera di paccottiglia del consumismo, del tutto uguale dappertutto. Si va a cercare la stranezza da mostrare indosso o in casa il giorno dopo e di lì a breve accantonare. C’è forse in quel sorriso imbarazzato di chi incontri, la nostalgia di ciò che la fiera non è più e che invece era, una implicita ammissione di sconfitta in tutta quella inutile merce e inutile intasamento di traffico e rifiuti che. Produciamo troppo e ci bombardano con la crescita, come se fosse la vera soluzione della crisi. Gran parte di ciò che produciamo non ci serve, gran parte di quel che si vende alla fiera finisce poi nei cassonetti della Caritas o al mercatino dell’usato (ma senza nulla togliere al potenziale di inutilità della fiera, devo ammettere di aver io stessa portato al robivecchi anche parecchie cosette dell’Ikea ).

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