Portobello. Non solo un pappagallo…

Fin da ragazzina ho avuto una pessima opinione dei SOLDI.
Sarà che a casa i soldi mancavano e tutta l’economia familiare era basata sul “fai da te”. Infatti, mamma si cimentava con ottimi risultati nel confezionarci i vestiti ed i golf,  per non parlare della risuolatura delle scarpe.
Papà, invece, era addetto alla manutenzione della parte idraulica, elettrica e alla imbiancatura della casa. Tutti lavori che venivano svolti con  passione e con il sorriso sulle labbra.Pochi soldi, quindi, ma tanta componente umana: una ricchezza ed un valore unico. La persona intesa come valore e non il valore della persona quantificato dall’ammontare dei soldi  posseduti. Ecco perché con piacere ho letto un articolo su “SETTE” del Corriere della Sera intitolato “CONTRO LA CRISI, A MODENA  LE COMPETENZE SI TRASFORMANO IN CARRELLI PIENI”.
In un capannone, offerto in comodato gratuito dal Comune, alcuni volontari hanno allestito di sana pianta un SUPERMERCATO molto speciale. I prodotti sugli scaffali sono donati dai colossi della distribuzione come CONAD, COOP, GRANAROLO e ROCK NO WAR.
Questa iniziativa nasce per contrastare la crisi economica, che di recente ha ridisegnato la zona grigia della povertà. Uomini e donne, che nel giro di pochi mesi hanno dovuto fare i conti con la perdita del lavoro, quello su cui poggiava la loro vita e quella della loro famiglia. Alcuni di loro (400 famiglie e 130 volontari) non sono stati a guardare, si sono mossi e hanno creato PORTOBELLO, il SUPERMARKET dove il volontariato diventa punti per fare la spesa.
A tutte queste persone viene data la possibilità di rendersi utili nella materia in cui sono esperte (consulenti di ogni genere, artigiani, professori etc). Le ore di lavoro prestate come volontario presso lo stesso supermercato (cassiere, magazziniere, elettricista, etc) e presso altre organizzazioni si trasformano in punti. E’ un sistema di solidarietà collettiva, dove chi riceve (tessera con punti precaricati dai Servizi Sociali del Comune) può dare aiuto e chi può fare qualche cosa lo fa insieme agli altri.
Ecco l’economia che mi piace, dove i beni di consumo e le competenze delle persone sono elementi dello stesso gioco, dove si valorizza la solidarietà attiva e la dignità.

3 thoughts on “Portobello. Non solo un pappagallo…

  1. Quando i nativi americani furono forzatamente civilizzati e portati in visita nelle grandi metropoli statunitensi,, i presunti incivili si stupirono molto della presenza di barboni e mendicanti per le strade abbandonanti all’indigenza tra l’indifferenza generale di passanti indaffarati.
    Chissà che economia diversa si sarebbe imposta al mondo se avessero avuto ragione loro che, nei villaggi nella semplicità collaborativa, non facevano mancare mai niente a nessuno. Bella la tua riflessione e l’articolo che citi. Bella la speranza che forse si possono immaginare forme diverse di scambio e transazione non basate sul profitto monetario.
    Anche a casa mia nell’infanzia regnava il fai da te, si rivoltavano colli di camicie consunte e con avanzi di vestiti dismessi si facevano gonne e indumenti più piccoli. Andai a una recita in cui dovevo cullare un bambolotto in scena. Era nudo fino alla sera prima dell’evento, ma mia nonna con un avanzo di sottoveste di pizzo rosa lo rivestì e risultò un neonato elegantissimo.

  2. Il mio ideale di società è quello in cui tutti, indipendentemente da quello che sono e che sanno fare, hanno un livello decoroso di vita (ad esempio un reddito basso, con uno stato sociale funzionante). Le risorse che rimangono si dividono tra quelli che fanno qualcosa di utile alla società. Ad esempio chi scopre una cura per una malattia incurabile è ricco, chi inventa un nuovo tipo di tappo per le bottiglie di vino, ne ricava un piccolo beneficio.
    Questo Portobello market va un po’ in questa direzione, garantendo la sussistenza in cambio di servizi, anche di quelli che sarebbero “fuori mercato” in condizioni normali.
    Ancora più bello sarebbe se i beni distribuiti, anziché essere offerti dalle catene commerciali, fossero forniti da chi ha qualcosa in più da spendere, in cambio dei servizi di cui ha bisogno o dei quali potrebbe avere bisogno in futuro, una specie di “filiera corta” dei servizi, oltre che dei prodotti. Questo svincolerebbe completamente l’iniziativa dalle logiche commerciali. Ma forse chiedo troppo, ben venga il Portobello market!

  3. In questi ultimi anni stiamo in effetti ritornando anche alla logica del “dono”, che non significa necessariamente una condanna delle logiche commerciali, indispensabili in una società complessa come la nostra, ma semplicemente a un possibile affiancamento. Sono sistemi che possono convivere, pur avendo un significato diverso.
    Nel caso del dono, non ci interessa necessariamente avere un ritorno, una utilità, ma ci interessa dare. Si tratta di una forma di amore. Come ci esorta Marshall Rosemberg in “Essere me, amare te”: “Impariamo a donare e ad accettare l’amore volentieri, senza obblighi né sensi di colpa. Impariamo a sviluppare relazioni straordinarie dove non ci viene richiesto di dimostrare il nostro amore offrendo attenzioni, complimenti o affetto fisico. Questo reciproco donare e ricevere è una manifestazione gioiosa e autentica di amore, molto più profonda di qualsiasi mutevole sentimento.”
    Chi pensa che l’amore è contenuto solo nelle cosiddette “relazioni sentimentali”, forse sbaglia. L’amore è anche donare ciò che siamo e ciò che abbiamo.
    E il denaro? E lo scambio? Vanno bene, ma non sono “più” importanti!

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