cap.4 (seguito)

Avrei potuto nel frattempo scrivere qualche parola riguardo alla kabbalah ma era troppo tardi, sentivo che Walter era più importante anche di questo e capivo quanto ero piccola dinanzi alla grandezza di tanta personalità, sentivo che forse io non avrei potuto parlare quasi di nulla con lui se mai mi fosse stato concesso di incontrarlo. Poi ci ripensai e mi feci coraggio e cercai motivi per avere stima di me stessa. Non ne ebbi bisogno. Il libro di Platone sulle Leggi che avevo letto oggi pomeriggio, mi ricordava che qualcosa di cui parlare l’avremmo, invece, trovato sicuramente. E forse mi avrebbe anche sorriso: “Il suo riso era incantevole; quando rideva , era come se si schiudesse tutto un mondo”1. Intanto in televisione stava scorrendo un film sulla Bibbia, un film vecchio di qualche anno ma a me piacevano le cose antiche. Abramo si stava separando da Lot, il suo cammino era un altro. Nella Bibbia ed in questo episodio, nel contesto che stiamo affrontando in questo scritto, non è però, tanto importante Lot quanto sua moglie. Il personaggio biblico Lot era nipote del Patriarca Abramo, figlio di suo fratello Aram. Egli aveva seguito suo zio nella sua partenza da Carran verso la terra promessa (Gen 11, 27-31); poi Lot si era separato da Abramo e aveva scelto per insediarsi, invitato dallo stesso Abramo, nei i territori fertili del Giordano e nella valle del Mar Morto dove sorgevano anche le città di Sodoma e Gomorra. Un giorno Abramo ebbe la visita di tre uomini misteriosi nell’ora più calda del giorno. Questi tre personaggi di difficile identificazione divengono comunque manifestazione della presenza di Dio tanto che ad essi Abramo si rivolge usando il singolare del verbo. Mentre tanto Ospite si intratteneva , dunque, in modo amabile con Abramo sotto le tende, rese nota ad Abramo la sua intenzione di distruggere Sodoma e Gomorra perché troppo grande era ivi la corruzione. Ma anche Lot abitava Sodoma e Gomorra ed i tre personaggi divini andarono a risiedere da lui. Ora durante la notte, gli abitanti chiesero a Lot di consegnare i suoi ospiti perché essi potessero sessualmente abusarne. Fu così che la Bibbia narrava della distruzione delle città non solo per il tipo di abuso omosessuale ma soprattutto per aver violato l’ospitalità, la filoxenia o accoglienza dello straniero, da cui il nome delle celebre icona della trinità di Rublev, la filoxenia di Abramo ove tre personaggi di aspetto identico ma con gli abiti di colore diverso, sono disposti attorno ad un tavolo e sembrano prendere il pasto piacevolmente. Dopo la distruzione delle città perpetrata da Dio, Lot e sua moglie con le figlie si allontanarono di lì salendo sul monte e dì lì la moglie di Lot compì quel sacrilegio per cui fu fatta statua di sale. Si volge a guardare le rovine della sua storia bruciate da una colonna del fumo bitume e zolfo di quella notte, colonna di morte, come ‘morto’ il mare che da essa prende nome, a memoria per noi.
Leggere il proprio presente invece che proiettato al futuro, con gli occhi volti alle rovine del passato, comporta un blocco completo del cammino. Non è possibile non andare avanti, impossibile il non pro-cedere in senso latino. Non era forse lo stesso concetto cui sempre attendeva Benjamin con la sua ossessiva attenzione al quadro di Klimt? Ma rileggevo le parole di Benjamin: poche volte a me, storica avvezza a tutto, era capitata una visione tanto limpida e nitida del senso della storia: Benjamin era davvero geniale. Io avevo deciso di amarlo e quanto avrei potuto fare per lui lo avrei fatto per sempre. Anche io farò come lui nella mia storia, che resta, nel tragitto che rimane: porterò sempre con me il quadro di Klimt come simbolo e documento del metodo da tenere nel cammino, metodo in senso greco sì, ma invertito: met-odos dal prefisso metà-dopo, e odos via: l’andare dietro alla ricerca, direzione che però costringe a progredire, ad andare avanti perché il tempo ci proietta, anche nostro malgrado, nel futuro. Si potrebbe come Angelus novus cercare di raccattare i frammenti distrutti del nostro passato ma il turbine che si scatena costringe ad avanzare: beato chi sa salire a cavallo delle nuvole e durante la tempesta può solo ed inevitabilmente proseguire.
La Televisione onorava così, o presumeva di farlo, la festa di Pasqua che si era celebrata proprio oggi. Pasqua, passaggio. La mente tramite i sensi correva da ogni parte, raccoglieva mille stimoli, mi metteva a mio agio in quest’ora quando la sera, dopo una giornata a volte troppo stancante, abbandonavo tutto per il mio viaggio con Jacob Taubes e la nostra strana comitiva.
Eravamo a pagina 31, i fogli profumavano di nuovo, l’odore si spandeva in tutta la piccola area intorno a me. Si parlava ancora della folie a deux del profeta e del suo messia o viceversa; Arriva poi la catastrofe. Nei giorni a cavallo della Pasqua 2011, quelli dell’Ottava di Pasqua, io e Jacob portammo con noi anche Walter Benjamin, fatto oramai inevitabile. Avevo un suo libro datomi dalla biblioteca, lo tenevo come un cimelio. Sarà anche utile la tecnologia con le sue nuove frontiere ma un libro vero è un ‘ altra storia. Sfogliando quelle pagine ero colmata della consapevolezza del valore di un libro, di quel libro in particolare: Walter mi irretiva con i suoi pensieri sulla storia: ero confusa e Jacob se ne accorgeva. <>. Mi aveva turbato quanto letto, proprio in questi giorni in cui ero stata portata a pensare da qualche sollecitazione delle miriadi che subivo, a pensare che il mio dare troppo tempo alla Storia era stato foriero di poco o di nulla. Pensare che la Storia aveva un diritto su di me, mi consolava. Non mi sentivo in colpa, io coi miei studi vecchi e decrepitissimi da cui non avevo mai guadagnato nulla. Eppure. Walter mi sorrideva sotto i baffi da una delle sue splendide foto bianco e nero. Perché i cinefili non hanno fatto un film sulla sua vita? Questo sì che è un uomo su cui realizzare un film che sarebbe un capolavoro.
Rimanemmo a pagina 31 quel pomeriggio del mercoledì dell’ottava di Pasqua. Pensai che la misericordia di Dio abbracciava tutto l’universo. W. Benjamin aveva ancora una volta vinto.

Ci sono forse sentieri che ci conducono ancora e ancora verso persone che hanno una funzione unica per noi: luoghi di passaggio eterni che in molteplici periodi della vita, ci guidano verso un amico, un traditore, l’amata, il discepolo o il maestro.
So bene chi mi aveva condotto su questo sentiero e non gli sarei mai stata da allora e per sempre grata abbastanza, ma pregai per Lui, pregai tantissimo, oltre ogni precedente misura mentre guardavo questa foto di Benjamin, mentre mi accingevo a leggere i suoi scritti. Allora ricordavo di avere un paio di occhialini con la montatura rossa circolare, perfettamente circolare, come questa della foto, occhiali ormai di 20 anni fa; volevo ritrovarli, riadattarli, indossarli di nuovo, erano così, proprio come quelli di Walter. Quegli occhialini ora sarebbero un giocattolo per bambini quando, come me, esercitano così la loro facoltà mimetica. Mio nipote continuamente la esercita giocando con me, osservandomi tale facoltà. Stando a quanto leggo negli scritti di Walter dovrei, dovremmo continuamente tremare in proposito. La natura produce, infatti, somiglianze ma la più alta capacità di produrre somiglianze è propria dell’uomo. Il dono di scorgere somiglianze che egli possiede, non è che un resto rudimentale dell’obbligo, un tempo schiacciante di assimilarsi e di condursi in conformità. Egli non possiede, forse, alcuna funzione superiore che non sia condizionata in modo decisivo alla facoltà mimetica. Ma questa facoltà ha una storia, e in senso filogenetico come in senso ontogenetico. Per quanto riguarda questo secondo, la sua scuola per molti aspetti è il gioco. Il gioco infantile è tutto pervaso da condotte mimetiche, e il loro campo non è affatto limitato a ciò che l’uomo imita dall’altro. Il bambino non gioca solo a <> il commerciante o il maestro, ma anche il mulino a vento e il treno. Quale utile trae propriamente da questa educazione della facoltà mimetica?…mi lascio con questa domanda che mi scorra nel cervello, che me lo scombussoli completamente, che mi ficchi dentro il senso di essere molto attenta a come mi comporto… che mi ricordi di come qualcuno mi guarda, ma non Dio per legarmi al collo la macina, i bambini mi guardano, piccoli e grandi che mi sono intorno, gli uomini nella loro eterna, infinita, fanciullezza. Un cristiano è uno che ha avuto in affidamento tutti gli uomini diceva stamani Giovanni Crisostomo. Francesco oggi ha voluto prendere in mano il libro che mi hanno portato dalla biblioteca: Angelus Novus, voleva aprirlo e ritrovare il passo che sopra ho riportato da cui abbiamo preso spunto per giocare a fare io il treno e lui la Ferrari! Incedibile! Si ricordava che lo avevo letto dal libro, proprio da ‘quel ‘libro non dagli altri mille che sono sulla mia scrivania e dintorni!
Jacob Taubes continuava intanto a camminare con me, ma leggermente più indietro, io avevo in questa fase, attenzione solo per Benjamin. Oggi però ho acquistato via internet un altro suo libro: ormai ho intrapreso questa avventura e non tornerò indietro. Mi appaga da molti punti di vista; ma quante realtà e verità debbono essere studiate, approfondite, per poter aprire su tanto splendido mondo anche un occhio solo! Intanto in questi giorni in occasione della beatificazione di Giovanni Paolo II, mi era capitato di rivedere le immagini della visita dell’amato Padre alla Sinagoga di Roma: Siamo tutti consapevoli che, tra le molte ricchezze di questo numero 4 della “Nostra Aetate”, tre punti sono specialmente rilevanti. Vorrei sottolinearli qui, davanti a voi, in questa circostanza veramente unica. Il primo è che la Chiesa di Cristo scopre il suo “legame” con l’Ebraismo “scrutando il suo proprio mistero” (cfr.Nostra Aetate, ib.). La religione ebraica non ci è “estrinseca”, ma in un certo qual modo, è “intrinseca” alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori.
Il secondo punto rilevato dal Concilio è che agli Ebrei, come popolo, non può essere imputata alcuna colpa atavica o collettiva, per ciò “che è stato fatto nella passione di Gesù” (cfr. Nostra Aetate, ib.). Non indistintamente agli Ebrei di quel tempo, non a quelli venuti dopo, non a quelli di adesso. È quindi inconsistente ogni pretesa giustificazione teologica di misure discriminatorie o, peggio ancora, persecutorie. Il Signore giudicherà ciascuno “secondo le proprie opere”, gli Ebrei come i Cristiani, gridava chiaramente Paolo nella lettera ai Romani! (cfr. Rm 2,6).
Il terzo punto che vorrei sottolineare nella Dichiarazione conciliare è la conseguenza del secondo; non è lecito dire, nonostante la coscienza che la Chiesa ha della propria identità, che gli Ebrei sono “reprobi o maledetti”, come se ciò fosse insegnato, o potesse venire dedotto dalle Sacre Scritture (cfr. Nostra Aetate, ib.), dell’Antico come del Nuovo Testamento. Anzi, aveva detto prima il Concilio, in questo stesso brano della “Nostra Aetate”, ma anche nella Costituzione dogmatica “Lumen Gentium ” (n. 6), citando San Paolo nella lettera ai Romani (11, 28 s), che gli Ebrei “rimangono carissimi a Dio”, che li ha chiamati con una “vocazione irrevocabile”».
Così nel nostro cammino per un tratto di strada Karol Wojtyla venne con noi. Da sola mi sentivo smarrita anche se ogni giorno, da quando mi ero aperta a questo viaggio succedeva qualcosa di rilevante che mi costringeva a proseguire, ad avanzare, un po’ come nella vita vera. E forse ormai Karol avrebbe potuto anche contattare i miei compagni di viaggio nel luogo di amore dove loro tutti si trovavano mentre io ancora piangevo quaggiù. Sì, era proprio una splendida idea e rileggevo il testo del discorso tenuto dal Papa nella sinagoga di Roma, anno 1986: Veniva citata due volte la lettera ai Romani! … i capitoli iniziali e il capitolo 11…pensavo a Jacob e a Walter come li sentivo io in questi giorni dopo che li avevo incontrati, carissimi a Dio, e anche a me, li portavo in ogni mio pensare, in ogni mio parlare, avevo giocato con Walter insieme a Francesco mio nipote: leggevamo insieme quel passo “Sulla facoltà mimetica”. La natura produce somiglianze ma come spiegarlo ad un bimbo di 4 anni? Così facilmente come lo stesso Walter aveva fatto: la sua scuola (della facoltà mimetica) è per molti aspetti il gioco, il gioco infantile è tutto pervaso da condotte mimetiche e il loro campo non è affatto limitato ciò che un uomo imita dall’altro: Il bambino non gioca solo a fare il commerciante o il maestro, ma anche il mulino a vento e il treno. Da questo momento almeno una volta al giorno mi vidi costretta a fare il treno mentre Francesco faceva la Ferrari: il mulino a vento non era ovviamente ordinario al nostro immaginario di Italiani.
La nostra carovana intanto proseguiva con sempre crescente entusiasmo e meraviglia. In quei giorni di Pasqua ci fermammo inoltre in molti luoghi ameni dove sembrava davvero compiersi il ritorno dall’esilio delle religioni di cui aveva parlato Buber: la proclamazione a beato, infatti, di Giovanni Paolo il 1 maggio 2011, la lettura apparentemente casuale dei fatti riguardanti la vita di Israele Zolli, mi misero ancora in fermento. Mi prese davvero sempre più forte l’entusiasmo di quanto apprendevo quasi mio malgrado. Continuavano a piombarmi addosso notizie sconvolgenti spesso dai servizi giornalistici che ebbi modo di conoscere in occasione della beatificazione di Karol. Chi meglio di lui fu un ponte sull’ebraismo, ebbe occhi e spirito nuovi per dialogare con loro? Mi riproposi di leggere i prossimi giorni il documento Nostra Aetate che avevo riportato in calce. La mattina successiva però mi misi al lavoro partendo da Parmenide e mi chiesi se Walter e Jacob sapessero di Parmenide e cosa sapessero, loro che erano evidentemente più intelligenti di me e soprattutto più filosofi. Io da una vita mi scontravo con Parmenide nonostante lo ammirassi moltissimo, non riuscivo a seguire il filo dei suoi concetti e non avevo voglia di impegnarmi a fondo. Organizzai una breve ricerca su internet associando i loro nomi, trovai subito un testo che avrebbe potuto interessarmi: un altro libro! il mio viaggio se non stavo attenta mi avrebbe economicamente sconquassato. Lasciai perdere e continuai a procedere sempre avanti, sempre stringendo la mano della speranza. Subito dopo mi giunse una email che mi segnalava come domani o dopodomani sarebbero arrivati i libri che avevo ordinato alla Libreria Universitaria, uno su Apollo segnalatomi dal professore, uno di Gerschoim Scholem sulla sua amicizia con W. Benjamin e quindi uno di Jacob che avevo forse troppo trascurato. Realizzando quanto ero andata fuori dalla traiettoria che mi ero riproposta quel pomeriggio, riafferrai ben stretto il libro a monte di tutto il nostro viaggio che mi aspettava sempre sulla scrivania forte dei suoi delicatissimi colori. Aprii dove era rimasto il segno, a pagina 31…ritrovai Nathan di Gaza e il suo Messia e quella bella frase : raggiungere Gerusalemme a cavallo delle nuvole.
Ci sono a volte frasi che senza un apparente motivo si stampano nel mio cervello in modo unico e indelebile. Le ho sfiorate con lo sguardo o percepite con l’udito nello spazio di un attimo e loro si posizionano per sempre in qualche luogo della mia mente che nemmeno io conosco e che, eppure esiste, è presente e vive. Così fu di a cavallo delle nuvole…così fu di tutta questa avventura. Questa Pasqua era stata durissima per la sua sterilità e il vuoto che avevo intorno e dentro. I personaggi tutti che viaggiavano con me mi resero meno insopportabile la durezza del deserto in cui mi sembrava di essere, un deserto che mi pareva allargarsi sempre più e non c’era Mosè. Così a me sembrava perché Mosè nell’economia della nuova alleanza è il Cristo e il Cristo si manifesta nel Tempo attraverso il suo Spirito. E’ vero che i miei compagni di viaggio erano tutti un po’ fuori di testa, geniali ma interiormente problematici. Io penso che tutti gli esseri umani lo siano un po’ a guardar con attenzione, ma Jacob avevo letto che aveva seri problemi psichici. Pane per i miei denti…e dunque ritornai quella mattina dopo Pasqua ad ascoltare Taubes riguardo al messia seicentesco e al suo profeta, Sabbath Zevi e Nathan di Gaza. Avevo interrotto a pagina 31 in cui Jacob nomina quella che chiama catastrofe. Effettivamente sembrò anche a me una catastrofe nel senso proprio del termine: Il sultano è preoccupato che nel ghetto ebraico di Smirne, di Costantinopoli eccetera, la situazione possa sfuggirgli di mano. Seguendo il consiglio di un medico convertitosi all’Islam, egli pone il <> di fronte all’alternativa: o la morte o la conversione all’Islam. A questo punto il tono di Jacob assume toni a metà tra l’ ironico e lo sgomento. Sottolineava col il tono della voce più alto che per un ebreo ben nutrito del suo essere tale la morte, per quanto faccenda seria essa sia, viene sempre in un secondo piano rispetto alla santificazione del nome di Dio indipendentemente dall’essere rabbini, comuni mortali o Messia. Nominava, poi, come al solito facendo salti vertiginosi che rendevano il mio stargli dietro una azione da palestrati del cervello, le comunità di Worms e quelle di Spira che affrontarono il più audace martirio per non cadere in mano degli infedeli. E io che ero rimasta ai piedi della rupe di Masada o agli illustri esempi dei Maccabei! Comunque le andai a cercare e chiesi a Jacob Taubes di aspettarmi: restavamo rigorosamente anche quel giorno ormai a pagina 31. In relazione a questi eventi dovetti avere ed ancora Ho un brivido di ghiaccio leggendo, un sussulto di sdegno e di orrore. Bagni di sangue per le vie di Gerusalemme perché alcuni cristiani avevano completamente scordato che il loro fondatore e i suoi Apostoli erano anch’essi Ebrei. Incredibile quanto questo evento o la percezione di altri simili, mi turbi! Mi colmo di un’indignazione incredibile nell’incontrare la peggiore crudeltà umana, quella contro i deboli indifesi e i bambini: ci sono chilometri di sangue su questa via e mi metteva pensiero percorrerla. In verità non potevo rinnegare l’impegno che avevo preso. Ecco davvero altri eccidi contro gli Ebrei perpetuati da cristiani che di cristiano non hanno proprio nulla.
Passò quindi una settimana intera senza che scrivessi nulla su questo diario di viaggio; la lettura di un libro di recente acquistato su Walter Benjamin mi aveva distolto apparentemente dal viaggio: si possono a volte pensare cose diversissime quasi contemporaneamente, essere apparentemente su cammini ‘di-versi’, cioè ‘spostati’ e percorrere invece un’unica strada. ma ecco che una domenica sera mentre recitavo le mie preghiere per ottenere una luce su quanto non riuscivo in alcun modo ad accettare, mi ritrovai di fronte Jacob improvvisamente splendido:
«Oggi l’esperienza del termine ultimo è senza dubbio un’esperienza sconvolgente e,
con la minaccia contingente legata all’annientamento atomico del mondo, è diventata
anche universale. Ogni notizia della stampa sostiene che non c’è più molto tempo. Il tutto
suona un po’ come se l’arca di Noè sia l’unico posto dove ci si possa ancora rifugiare. Se,
in generale si pensasse in termini antichi o precristiani, si potrebbe dire che avremmo a
disposizione tutti i tempi del mondo per farci carico di un problema. Dal punto di vista
cristiano, invece, non c’è più tempo, perché il Regno di Dio è vicino. Nell’affermazione “il
Regno di Dio è vicino”, secondo me, non è importante sapere cosa sia il Regno di Dio, ma
la possibilità del suo essere-vicino. Chi crede di pensare in termini cristiani e crede di
poterlo fare senza l’idea del termine ultimo, è pazzo».
Non c’è più tempo!
Le affermazioni di Jacob in questa ‘stringa parmenidea’ erano la risposta che cercavo! Dio mi aveva raggiunto, sempre tramite le persone, sempre tramite un Giovanni Battista, Jacob Taubes in questo caso. Allora capii il vangelo di oggi, la quinta domenica di Pasqua:
(Gv 14,1-12)
Io sono la via, la verità, la vita.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”.
Non affermava forse la stessa cosa?
Arrivammo così al 24 giugno 2011, il governo Berlusconi batteva in ritirata, piccoli sintomi ma io ripetevo spesso a Jacob “fosse che fosse!”, tutti gli uomini e le donne di una media intelligenza in Italia se lo ripetevano in quei giorni dopo le elezioni amministrative della precedente settimana. Si era visto un fenomeno inaspettato: in città pilota come Milano e Napoli non erano passati al primo turno personaggi rilevanti del partito di maggioranza allora al governo superati da figure anomale, ecco, se non altro anomale, di cui a dir poco si conosceva il nome. Il tempo si è fatto breve. Non c’è più tempo. Avrei voluto parlare a Jacob di quanto avevo saputo di Benjamin, dei suoi improvvisi e ingiustificati cambiamenti di umore, della sua difficoltà nelle relazioni, della sua sessualità sofferta: Avrei voluto sapere se erano tutte vere le notizie che mi dava Gershom Sholem nel libro “Storia di un’amicizia “ che stavo leggendo e che mi portava a seguire con lentezza la nostra colonna viaggiante. Eppure per qualche misterioso evento mi sembrava che tutto fosse così spaventosamente collegato, spaventosamente perché non ero io a governare con lucida consapevolezza la cosa, io vivevo come solitamente si vive, sempre un po’ troppo distratta, io contemplavo la figura di Benjamin, la sua genialità, che si rifletteva su quella di Jacob Taubes e la illuminava. Qualche volta, in questi giorni, avevo pianto per la tragica fine che aveva scelto. Non riuscivo a capacitarmi di quella morte, non riuscivo a capacitarmi di troppe cose, è vero, ma di quella morte…un altro amico amato che moriva così. E non vedevo l’ora che arrivasse dopodomani quando nella Novena della Misericordia che recitavo con tanta gioia così spesso, si sarebbero immerse nel mare infinito dell’amore misericordioso di Dio le anime del purgatorio. Non vedevo l’ora di pregare per Benjamin. Era una potenza straordinaria nelle mie, nelle nostre mani la preghiera, io ci credevo tanto da farlo essere vero ma non per vacua credulità, per fede bensì, per la fede di cui tanto aveva parlato (e parlava anche ora!) Paolo nella Lettera ai Romani; Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia…riguardo a Benjamin non avevo mai letto questa parola forte, si, fede è una parola forte. Jacob ne parlava molto. Benjamin preferiva invece la letteratura. Sosteneva che la passione degli ebrei per le parole era dovuta al loro studio indefesso della Torà: “ La critica cerca il contenuto di verità di un’ opera d’arte, il commentario il suo contenuto reale. il rapporto tra i due determina quella legge fondamentale della letteratura per cui, quanto più significativo è il contenuto di verità di un’opera tanto più strettamente e invisibilmente esso è legato al suo contenuto reale”2. Sono le parole iniziali del saggio su Le affinità elettive, di J, W., Ghoete. Era difficile seguire me stessa, comprendere come il mio percorso era una via di meandrico procedere, era un altalena di sentire e di concepire, un alterno fluire e defluire di pensieri ed emozioni, a cavallo delle nuvole. Ormai credevo che il caos calmo della mia mente fosse diciamo così, normale, che il figli del ‘Secolo breve’ non riuscissero proprio a sviluppare un pensiero coerente e sistematico: partorivano necessariamente spezzature.
Avevo letto qualche sera prima che l’adesione di Benjamin al comunismo manifestò in Lui una sorta di scissione che, rimase pressoché inavvertita nella sua prima fase, e si manifestò solo marginalmente negli scritti dei cinque o sei anni successivi, in seguito all’accoglimento da parte sua di certi concetti teorici propri del patrimonio marxista, conferì alle sue opere quell’apparenza di ambiguità: il contrasto tra il suo modo di pensare metafisico e quello ispirato al marxismo cominciò a caratterizzare dal 1929 la sua attività intellettuale, conferendole un’impronta inconfondibile3. Incredibile come quelli che Benjamin stesso chiamò ‘segnali comunisti’ fossero indizi di una svolta. Mi sembra di leggere fra le righe, di una spezzatura che si verificò nel suo universo interiore dopo l’incontro scontro tra il suo mondo metafisico e il materialismo comunista che in Benjamin si condusse agli estremi. In verità sentivo Benjamin molto vicino a me non tanto per una mia simile adesione al comunismo che non ci fu mai in me, ma per la spaccatura: non era tanto importante a questo punto rispetto a Benjamin cosa avesse frantumato un universo interiore ma che esso si fosse comunque frantumato. A questo punto il libro da cui apprendevo la vita immediata del mio Beniamino, nel senso reale del termine, assumeva toni emotivamente coinvolgenti; da questo punto in poi le mie palpitazioni cominciarono ad aumentare e, se erano già state dall’inizio altissime, divennero esagerate. Elencava il nome di straordinarie intelligenze di cui potevo conoscere i nomi e i cognomi che vissero in un periodo in cui Spazieren per Berlino avrebbe permesso di incontrare colossi della specie umana e io ero senza parole: come si era potuto originare qualcosa come il nazismo in un contesto simile? Gershom riporta che allora Benjamin viveva a Parigi per la traduzione che stava facendo di Proust ma gli obblighi di lavoro gli imponevano lunghe soste a Berlino e mentre le sue lettere berlinesi recano il marchio dell’inquietudine, quelle parigine sono molto più distese e perfino aeree. Erano anni in cui si legava sempre più alla russa Asja Lacis essendosene proprio innamorato4. Fu questo il motivo per cui si recò a Mosca città di cui descrisse diffusamente gli spazi, quindi a Capri. Chissà se avrà scritto anche di Capri5? Come mi piacerebbe eventualmente leggerlo! Questa Asja, intanto, non sembrava corrisponderlo come egli avrebbe voluto, come avrebbe meritato! Il che mi lasciava basita e non scrivo nulla se non che ad uno come Benjamin, io avrei dato più che tutto, un uomo così lo avrei colmato di tenerezza fino allo stremo fino a colorare il mondo per Lui, un tocco davvero femminile, sebbene dalle foto che vedo e dai libri che leggo non somiglia a nessuno degli amanti che ho avuto! Alto per la grandezza intellettuale benché piccolo di statura, sfuggente per il sentire assoluto, profondo, esagerato nell’inquietudine, eppure mi piaceva così tanto perché aveva sofferto tanto, nella sua alta lontananza, paradigma di ogni uomo geniale elevato sulla sua solitudine.
Quando la sofferenza, però, diveniva troppa e, coincidendo magari con la mia fastidiosa, allungavo il passo e mi portavo accanto a Jacob Taubes sempre facendo in modo che uno di loro stesse nel mezzo.

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