In questo saggio, pubblicato nel 1938, in piena dittatura hitleriana, Leo Baeck si pone un doppio obiettivo: reinserire i Vangeli nel loro contesto originale ebraico e rivendicare per le parole e le gesta di Gesù la loro reale fonte: l’autentica Tradizione ebraica. Baeck sostiene che l’insegnamento di Gesù, prendendo come base i Vangeli originali, non conteneva alcuna messa in discussione fondamentale dell’ebraismo, ma che fu soprattutto Paolo il responsabile della deriva antiebraica della Chiesa primitiva, colui che incarnò lo spirito pagano al punto da far trionfare il pagano-cristianesimo sul giudeo-cristianesimo. Leggendo questo libro, si ha come l’impressione che Baeck amasse il cristianesimo originale perché era ricco di nuove prospettive e si poneva come il crogiolo di un rinnovamento e non come un salto nell’ignoto. Il saggio è preceduto da un’ampia introduzione di Maurice-Ruben Hayoun che inquadra tutta l’opera di Leo Baeck nel contesto del pensiero ebraico-tedesco.
Un libro incredibilmente attuale che non mancherà di suscitare polemiche ma anche ammirati consensi negli ambienti più disparati – sia ebraici che cristiani – a cominciare da chi crede fermamente nel dialogo fra le religioni, e in particolare fra ebraismo e cristianesimo. Non basta, però, a illustrare questa nota che in realtà è un messaggio pubblicitario dell’editrice Giuntina. Il libro non lo comprerò, oltre perché non ho i soldi, anche perché non dice nulla del suo amore per le tragedie greche. Per il resto può essere però ai nostri fini, molto interessante. Ci dice una cosa essenziale di quest’ uomo . Fu deportato dal 1943, nel campo di concentramento di Theresienstadt di cui non so nulla, di cui devo documentarmi. Con Taubes e San Paolo ogni giorno ho ripensato l’Olocausto. Avrei voluto scrivere al Professore di quanto ho pianto, per tutti, per i bambini. E che sopravvivenza potrà aver avuto Josef Baech dopo essere stato tutti quegli anni nel luogo della morte, cosa sognava la notte, che pasticche prendeva? Io voglio pensarci tutti i giorni se no non vale, la vita non vale, il Paradiso non vale! Poniamo adesso che tutti quei bambini Dio li abbia posti in paradiso in un luogo cosi eccelso che San Paolo li guarda da lontano, ma perché non fare di tutto perché questo strazio termini? Infatti continua, lo sappiamo tutti che continua. Qualche volta sono così arrabbiata con Dio che mi pare di essere ad un millimetro dal perdere la fede, meno di in millimetro, un atomo, un quanto, una stringa parmenidea. Allora se ripenso a Parmenide e a quello che ho scoperto di Lui non riesco a non credere in Dio. Penso che è impossibile che Dio non ci sia e che se esiste avrà ragione Lui, sarà più bravo e infinitamente più intelligente di Me. Allora credo che mi dovrà dare spiegazione del baratro di ogni storia e che la sua spiegazione sarà la mia consolazione, sarà un abbraccio con lo Spirito Santo, il Paraclito in senso ovviamente greco. Continua a leggere
Archivi autore: roberta
Riflessioni tra un anno e l’altro.
Da W. Benjamin ‘Sul concetto di storia’
Il tempo dell’orologio, del calendario è un tempo vuoto, un tempo che non esiste, che ancora non si è realizzato oppure che è già passato e quindi non esiste più. L’unico tempo reale è quello dell’attimo presente, dell’ADESSO come lo chiama opportunamente Benjamin. Sono così chiariti con assoluta precisione i modi di approccio alla storia: o una ‘memoria del passato’ che può spiritualmente istruire sul presente, qualora lo si utilizzi come ‘memoriale’, come insegnamento per il futuro come diceva Erodoto, oppure un ‘memoriale’ inteso alla maniera ebraica, un ricordo che rammenta la potenza salvica di Dio che è assolutamente fruibile anche nell’oggi.
E’ chiaro allora come la vera immagine del passato guizza via, è un frammento di secondi (?) o qualcosa di più breve ancora, che balena per non comparire più. Proprio nel momento della sua conoscibilità il passato è da trattenere ma la sua immagine, se è autentica, lo deve alla sua fugacità come scrive lo stesso Benjamin. Il questa rapidità di comunicarsi sta la sua unica chance. Proprio perchè è caduca questa verità può essere strappata via da un soffio di vento. Scappa, fugge, si dilegua. A prendere il suo posto, infatti, è pronta l’apparenza, che va più d’accordo con l’eternità.
Nell’ orizzonte temporale messianico l’idea di simultaneità si riferisce, per Benjamin, alla compresenza di passato e futuro nell’istantaneità del presente in cui si manifesta l’eternità del disegno divino. La trasformazione della percezione temporale che invece si ha in epoca moderna determina una simultaneità “obliqua” e trasversale che – sempre seguendo Benjamin – Anderson chiama «tempo omogeneo e vuoto», un tempo scandito e misurato da orologi e calendari.
Se riuscissimo a vivere nella verità continua di questo adesso continuo, molte paure fuggirebbero da noi,, sarebbe vita continua, una sempre presente e reale e continua eternità.
Auguri a tutti
roberta capodicasa e walter benjamin
A cavallo delle nuvole, capitolo 3
Capitolo 3
Vivevo intanto con consapevolezza critica la 27esima quaresima consapevole della mia vita , protagonista di una battaglia. Avevo 46 anni, una determinazione assoluta su alcuni fronti, ali dell’esercito invece scoperte agli attacchi del nemico; le mie armi: un amore assoluto per la cultura oltre che alla parola di Dio. Quell’anno il vademecum del percorso sarebbe stata la Lettera ai Romani, ovviamente. La leggevo ogni giorno col senso che le dava un grande del nostro mondo occidentale:Lutero. La leggevo accompagnata da Taubes. Ricordavo in primis il mio maestro Agostino per cui la lettera ai Romani costituì “una luce quasi di certezza capace di disperdere tutte le tenebre del dubbio”1. La Lettera ai Romani un testo di una potenza unica come diceva Martin Lutero nella Prefazione alla sua traduzione del testo in lingua tedesca: <>2. Dovevo ancora avvicinare di soppiatto alcuni testi di un altro Josef, questa volta non Taubes ma il caro vecchio Ratzinger perfettamente consapevole che nell’enorme distanza tra questi tre grandi filosofi c’era forse qualcun altro che avrei ascoltato sicuramente qualora ne avessi potuto prendere nota; ma io non avevo fatto nulla di quanto raccomandava Lutero e dunque dei commentatori della Lettera ai Romani ero praticamente nell’ignoranza più buia. A volte pensavo che Jacob, consapevole della mia superba ignoranza, mi stesse tracciando una mappa, un iter basilare perché riuscissi ad orientarmi nel mondo della filosofia. Ancora non so, ero contenta soprattutto della sua cortesia, riempiva le mie lunghe giornate mentre trascorrevo anche io gli “arresti domiciliari”. Continua a leggere
il Dominus apparente
<<Non sempre il Dominus apparente della situazione controlla le dinamiche profonde che agitano il mondo sottostante, l’orchestra wagneriana della storia celata all’occhio di chi assiste>> G. Camassa, Atene, La costruzione della democrazia, Roma 2007, p.56.
18!!!
Un signore cammina per la strada e camminando non fa che ripetere: Diciotto, diciotto diciotto, diciotto diciotto…un passante lo osseva incusiosito e dopo aver compiuto le spese della mattina lo incrocia di nuovo dietro l’angolo della pelletteria. Il tipo continua imperterrito: diciotto, diciotto, diciotto diciotto, diciotto. Si ferma a dare una informazione ad un passante e poi ancora: diciotto diciotto, diciotto, diciotto…
Allora l’uomo decide di domandare al tipo il perchè delle ossessiva ripetizione. Si avvicina:<<Buongiorno! Mi scusi se mi permetto. Ma come mai continua a ripetere ossessivamente camminando il numero “diciotto”? >>. L’interressato alza la testa e guardanodlo risponde: <<Ecco un altro che non si fa i c…. suoi!!! Diciannove, diciannove, diciannove>>.
Questa è la barzelletta circolata ieri sera dal vivo tra alcuni ‘pezzi da otto’. E poi saremmo seriosi!!! Ciao a tutti ! buona domenica
r.
Tirannide…come lo stesso vittorio alfieri sostiene…meditiamo. ciao a tutti
TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Vittorio Alfieri
(1790)
cap. 2
Incontrai Leo Baeck (1873-1956) uno dei maggiori rappresentanti dell’ebraismo del Novecento. Fu Rabbino a Berlino dal 1912 fino alla sua deportazione nel campo di concentramento di Theresienstadt(1943). Sopravvisse alla Shoà e andò a vivere a Londra divenendo massimo esponente dell’ebraismo progressista. Insegnò quindi storia della religione in America e fondò il Leo Baeck Institute per conservare la storia degli ebrei di lingua tedesca. Fu autore del saggio di cui inserisco gli estremi per comprendere l’attenzione riservata alla lettura della figura di Gesù nel suo contesto storico ebraico.
Leo Baeck IL VANGELO: UN DOCUMENTO EBRAICO
Editrice La Giuntina, 2004
In questo saggio, pubblicato nel 1938, in piena dittatura hitleriana, Leo Baeck si pone un doppio obiettivo: reinserire i Vangeli nel loro contesto Continua a leggere
Cap. 1
Capitolo 1
Il filosofo Jacob Taubes tenne le lezioni riportate nel libro che campeggia sulla mia scrivania ininterrottamente da più di sette mesi, nel Gennaio del 1987 al Centro studi della comunità evangelica di Heidelberg. Il linguaggio era reso dalla lingua tedesca in una traduzione amabile, rendeva l’immediatezza dell’oralità e comunicava direttamente con il lettore che, come ho detto, stava lì a mo’ di ascoltatore. Insisto su questa cosa perché anche nella realtà della Bibbia l’ascolto è fondamentale e grazie alla piacevolezza del discorso diretto, il libro di Taubes era stupendamente ‘ascoltabile’. Mi piacque sul momento che l’autore parlasse della malattia incurabile che incombeva drammaticamente sulla sua persona: un uomo così nudo, spogliato di difese, coraggioso, mi sembrò degno subito di ascolto e visto che l’ascolto vero implica una fiducia, divenne degno di una mia immediata simpatia. Si era presentato in modo che le difficoltà dell’argomento, filosofia tedesca di altissimo livello, non riuscirono a spaventarmi più di tanto. Ma difficoltà ci furono e furono molte. Riuscirono, però, ad impreziosire oltre modo l’argomento trattato nel libro come se dovesse gradualmente disvelarsi alle mie orecchie, alla mia mente e, direi, anche al mio animo. Un libro, infatti, bisogna leggerlo col cuore altrimenti non è una vera lettura, deve essere un momento d’amore, d’amore fortissimo. Jacob Taubes, in quella occasione, cominciava le sue lezioni con un argomento molto personale, dando ragione del cambio di tema che aveva affrontato passando da una meditazione sulla Prima Lettera ai Corinzi, alla Lettera ai Romani. Fu un incontro epistolare con Carl Schmitt a persuaderlo. Carl Schmit un pezzo da novanta del Nazismo. Non essendo in alcun modo al di dentro di tematiche riguardanti la filosofia tedesca di quegli anni, non avevo potuto che andare ad informarmi e quanto venni a sapere fu per me una delle tante sorprese che l’uomo Taubes mi riservò. Una breve indagine mi rese noto che Carl Schmitt aveva in se due elementi che potevano attrarre l’amico Taubes: l’ attenzione per Paolo di Tarso, che tutto sommato ci poteva stare e l’essere l’ideologo dell’antisemitismo nazista cosa che assolutamente non poteva starci essendo Taubes ebreo. Da questo punto in poi i conti non tornarono più e compresi che mi trovavo davanti ad una personalità particolare, che esulava dai miei ristretti e limitati orizzonti. Come avrebbe potuto essere diversamente, un libro consigliatomi direttamente dal Professore? Non lo lessi perché era segnalato in bibliografia, figuriamoci! Lo feci perché mi scrisse nella email che, chissà, forse sarebbe potuto piacere anche a me. Continua a leggere
A cavallo delle nuvole
Introduzione
M’imbattei per la prima volta in un ‘libro’ riguardo la teologia politica di San Paolo in modo apparentemente casuale: la sollecitazione in tal senso mi venne nell’ambito consueto degli studi storici della Grecia antica cui ero solita attendere. La corrispondenza con un Professore, un collega a me molto caro, mi suggeriva un testo da lui citato nel suo ultimo lavoro sulla democrazia ateniese, Jacob Taubes, La teologia politica di San Paolo[1], un libro che egli aveva definito nella nostra corrispondenza , “un libro luminoso da cui si irradia una straordinaria forza vitale e intellettuale”. Furono di certo queste parole provenienti da una fonte speciale a spingermi ad aprire una finestra diversa da quelle usate fino a questo momento nel contatto con San Paolo, una finestra che facesse entrare una luce forte per la vita nella sua concretezza e per l’intelletto oltre che per lo spirito. L’autore del libro Jacob Taubes aveva, a questo punto, bisogno di una presentazione perché di certo non era nell’ordinario delle mie frequentazioni. Continua a leggere