Gorino, Diogene e Leopardi

Fate poco, ma che il poco sia molto
e che il molto non sia poco

(Vittorio Gorini, Libero pensatore)

 

Vittorio Gorini è entrato a forza, ma con dissacrante irriverenza, nella storia indelebile di Perugia. Si autodefiniva il libero pensatore, aveva vissuto di espedienti inclusa la borsa nera in tempo di tesseramento e di lavoretti da fabbro e tuttofare , vantava otto anni in galera e viveva la vecchiaia percependo la misera pensione di 134000 lire. Indimenticabili le sue messe in scena eccentriche quando attraversava Corso Vannucci a bordo di trabiccoli come l’autogabinetto, mentre resta ancora una miniera da finire di esplorare il patrimonio in VHS di oltre 300 ore di registrazione autoprodotta. Le sue apparizioni e la volontà di dire la sua lo hanno reso un mito locale. Continua a leggere

Segnali di fumo dall’Isola di Pasqua

Isola_PasquaClic! E il viaggio inizia, pigiando il tasto del telecomando della TV vengo catapultata tra la natura lussureggiante dell’Isola di Pasqua…. STUPORE, MERAVIGLIA, EMOZIONE! Si capisce subito che gli abitanti dell’isola sono connessi con la natura. Con semplicità disarmante l’autoctono intervistato afferma che lui ascolta il vento, osserva e rispetta tutti gli elementi della natura che siano sassi, foglie o animali. Lo fa oggi come lo facevano i suoi antenati un tempo.
E’ un uomo vigoroso, bello e fiero. Si sta allenando per poter partecipare ancora una volta ad un gioco che anticamente serviva per decretare il monarca che per un anno avrebbe governato l’isola. E’ un gioco di forza e lealtà, mantenuto vivo ancora oggi dagli abitanti dell’isola, anche se non ha più la funzione di un tempo. Continua a leggere

L’amore gentile

Trovatori e menestrelli

Trovatori e menestrelli

Joseph Campbell ci segnala la poesia di un grande trovatore (forse il più grande), Guirault de Bornelh:

“Così, attraverso gli occhi amore raggiunge il cuore: perché gli occhi sono gli esploratori del cuore, e vanno a
riconoscere ciò che al cuore piacerebbe possedere.
E quando tutti e tre sono in pieno accordo e hanno un’unica decisione, allora nasce l’amore perfetto da ciò che gli occhi hanno introdotto nel cuore. Continua a leggere

LA MEDUSA

Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.
Pier Paolo Pasolini. Scritti corsari anno 1975

Il breve scritto pasoliniano è talmente profetico ed eloquente da quasi proibire un commento e poi, proprio da parte mia! Così sarei tentata di chiudere qui ma il solletico e la provocazione fornitami è magica davvero. “Un paese senza memoria”…incredibile quanta mancanza di tanta splendida facoltà i miei conterranei abbiano dimostrato specialmente negli ultimi giorni, i giorni che, uno dopo l’altro, hanno formato gli anni dei governi non eletti direttamente dai cittadini: governo Monti, governo, Letta, governo Renzi? Ma che ci stiamo a fare? Siamo forse come quegli spettatori che a teatro assistono ad uno spettacolo senza reazione alcuna, fermi e tranquilli ma…forse non è esatto parlare di teatro perché a teatro, spettacolo rigorosamente dal vivo, le reazioni, se pur non ci sono, possono sempre arrivare ad ogni istante. Il nostro assistere è invece immobilizzato, sembra che gli italiani abbiano fissato negli occhi la Medusa, è sì, quell’essere mostruoso incontrando gli occhi di cui si rimane di pietra. A dir di Pasolini è l’effetto che farebbe su di noi la televisione. Però che curiosa intuizione dopo venti anni di berlusconismo! Siamo forse pietrificati anche noi che sembriamo subire tutto in silenzio, senza ‘reazione’ dinanzi ad alcuna ‘azione’?

 

ciao a tutti

roberta…attenti a quegli occhi terribili!

 

La scuola e …il tempo residuo

Mi spiaceva non riuscire a scrivere delle riflessioni, dei pensieri che non sono riuscita a scrivere la volta scorsa. Voglio onorare il mio impegno nel tempo residuo estremamente esiguo che mi rimane alla fine della giornata. Non è solo un impegno nei confronti degli eventuali lettori ma lo è anche nei confronti di me stessa. Un atto di volontà per me non da poco. Pensavo di scrivere un articolo un pò “dotto” ma non ne ho né il tempo ma soprattutto la voglia. In realtà quello che mi piace condividere con voi sono alcune riflessioni sul “senso”. Una parolona che cerco però di semplificare.

Il senso di cui parlo è il senso del mio nuovo lavoro, che non è più quello di insegnante ma quello di dirigente scolastico. Fatico molto a trovarlo questo senso spesso smarrita tra bandi di gara, circolari sui pidocchi, conntratti di assunzioni e chi più ne ha più ne metta. Mi chiedo spesso: che cosa ha a che fare tutto questo con l’educazione? Direi nulla, anzi lo affermo con certezza. Questo senso di smarrimento prima non lo provavo. Basta che entravo in classe e i bambini mi trasportavano in un altro mondo: il loro. Ed io interagivo con i loro visi, con i loro occhi e scoprivo gesti, sorrisi e una spontaneità in me che mi emozionava. Devo molto ai bambini. E’ un dono stare con loro. E’ una vera e propria seduta di psicoterapia gratuita.

Tuttavia ci sono anche ora dei bel momenti. Tipo quelli di  oggi pomeriggio. Una conferenza organizzata dalla mia e altre scuole in rete nella quale non si è parlato altro che di insegnamento incentrato sui ragazzi. Sembra una cosa ovvia che ogni rapporto di insegnamento/apprendimento debba porre al centro il ragazzo e le sue peculiari modalità di apprendere. Ma sappiamo tutti bene noi addetti ai lavori che questo non accade spesso, anzi quasi mai. Ecco, il”senso” del mio lavoro non può che essere quello di contribuire a far sì che dei bambini possano venire sereni a scuola e trovare nelle classi un clima bello, che li faccia stare bene. Questo prima di ogni apprendimento. Oltre le burocrazie, magari attraverso di esse, forse un giorno potrò riuscire a incidere sulla vita di un bambino!

Ecco, questo molto semplicemente darebbe  un “senso” a quello che faccio. In fondo cari amici vi ho utilizzato per biechi scopi personali, quelli di chiarificarmi e fissare per iscritto i miei buoni propositi. Questa sono ora! Chiedo venia.

 

Naufragio con spettatore

coppa di ExekiasUn uomo dalla terra ferma assiste da lontano a un naufragio e sente in cuor suo un sottile piacere, che non è per la disgrazia altrui ma per la percezione della propria incolumità.
La metafora del naufragio con spettatore è una celebre immagine di Lucrezio nel De rerum natura. Il filosofo Blumemberg la percorre dall’antichità ai moderni nelle sue diverse chiavi di lettura prendendo talora le parti del naufrago e talora quelle del suo osservatore incolume,  facendo di questa immagine efficace un persistente paradigma della vita.
Il libro mi colpì molto e l’ho riletto di recente. Continua a leggere

L’invenzione di un pittore:Vitalone da Foligno tra fantasia e…fantasia.

Vitalone da Foligno è uno di quei casi dove un artista di grande valore,è ignorato dagli storici dell’arte,e la sua opera rimane nell’oblio.
Nato a Foligno (se no non si chiamerebbe così!!!),verso l’ultimo ventennio del ‘300,fu schivo e maldestro nella vita privata,funestata da molte disgrazie,tra cuo la prematura scomparsa di un figlio,che usava come soggetto BambinGesù.Vitalone subì l’influenza di suo cognato,Gentile da Fabriano,da cui l’artista si tenne lontano per beghe di famiglia (questioni di proprietà su un fondo in Val d’Orcia),il padre di Vitalone era un aromatario di Foligno di nome Oddo di Paolo Cristofani,mentre la madre era una certa monna Genuflessa,molto religiosa,lo zio era Bernardo Orsoni abate di S.Croce di Sassovivo,che gli commissionò affreschi per la medesima abbazia purtroppo perduti.Vitalone ritrovava tutta la gioia nell’uso disinvolto del colore e nelle sinuose curve di un tardo gotico non convenzionale:si distingue per uno stile allietato da un decorativismo che tornisce le figure inturgidite da poderose muscolature,salde come colenne,e accompagna movimenti gentili ma mai convenzionali.E’ a Nocera Umbra nella chiesa di San FRancesco (oggi Pinacoteca Comunale) che probabilmente si trova la sua prima opera documentata…così almeno affermano alcune guide turistiche locali,ma si sà è una categoria particolare,su cui poco fare affidamento!Vitalone visse durante uno dei periodi di maggiore instabilità politica,questa situazione costrinse Vitalone ad errare tra un regno e l’altro,presentandosi ad una corte e poi ad un’altra,sempre alla ricerca di un modo di vita che lo potesse tenere un pò lontano dai guai.Sembra infatti che,da documenti ritrovati,si spostava da una città all’altra,dove aveva le sue commissioni,a piedi o approfittando di qualche passaggio sui carri,muovendosi principalmente lungo i traturi appenninici per non essere rintracciato dagli esattori delle gabelle.infatti date le sue difficoltà economiche,soleva pagare i suoi conti con un dipinto,ecco perchè ci sono innumerevoli sue opere in tutta Italia!E’documentato a Napoli e nel Salento,e forse a quel periodo risale un interessante autoritratto che presenta un baldo quarantenne,alto,con il collo taurino,un ricciuto baffo,capelli rossicci ed occhi azzurri,insomma non proprio un adone,ma sicuramente un bell’uomo.Sposò Tessa da Monteluco,ed ebbe una figlia (Vitasnella,morta a circa vent’anni,sembra uccisa da amiche invidiose delle sue forme),ed un altro figlio:Vitalizio,che abbandonò presto la bottega del padre per tentare fortuna nel campo della politica,trasferendosi a Roma dove in un documento si legge “ebbe vita sfuggevole a qualsivoglia morale”,visse a lungo senza alcun problema.
del resto anche suo padre,lavorò nella Città Eterna,dove si era recato allo scopo di curarsi i calli che terribilmente gli dolevano.E’ suo proprio un affresco nella chiesa di San Callisto considerato con doti taumaturgiche,tanto da venire strappato e portato in processione solenne alla Cattedrale di Roma,durante l’epidemia di calli del 1608.la sua vita era un vagare continuo…Sansepolcro,Montegranaro ovunque un lasciare segni del suo passaggio..pare che giunse fino a Praga!dove è conservata nel locale museo una Madonna con il Bambino.Giunse al ritorno fino a Genova,dove ingiustamente alcune sue opere sono state attribuite al Maestro delle Cinque Terre..critica ingrata!Rimanene però una nota di vita quotidiana,dai registri di una parrocchia di Genova risulta il battesimo di tre gemelle figlie di una contadinellla e di un certo pittore Vitalone di origini umbre chiamato a decorare una scomparsa chiesetta campestre;un appunto a margine sostiene che il pittore lasciò il paese alla fine del lavoro abbandonando contadinella e gemelle!!!Rimasto vedovo,sposò in seconde nozze Bona,che portava il nome della Santa protettrice delle guide turistiche morta nel 1207,curiose coincidenze!Un’attività la sua fervida,incessante..lavorò nel Canavese in Piemonte,a Camogli,e naturalmente come già detto in Toscana,nel Senese e in Lucchesia.Infattio si sa che lavora a Siena e addirittura si dice che sia morto di vaiolo o colera o di mal francese,in uno dei paesini del circondario,ma altre fonti lo fanno morire altrove e quella che lo scivente reputa più probabile è che,come propendono fonti locali,dopo tanto girovagare,di un ritorno di Vitalone oramai anziano e stanco nella terra natia.La sua fama era oramai nota anche a Foligno,e i signori della città,la famiglia Trinci lo accolse con i dovuti onori del caso..e visto il suo stato di indigenza lo “munì di una lauta prebenda per tutti li jorni de la vita sua,onde lo avesse vita decorosa” come si legge in un documento di un archivio locale.Nonostante questo,purtroppo andò perduta la memoria del luogo di sepolura,forse in una chiesa del centro storico.Rimane tuttavia,infine,un mistero non solo la sua morte ma anche il motivo per cui il Vasari nelle sue “Vite”non abbia parlato di questo grande maestro.Un motivo?la meschinità dei ricordi…sembra che vi fosse un’antenata “disonorata” con odio tra le famiglie di Vasari e Vitalone,ecco il motivo perchè la vita del nostro si perde nella notte della storia.
P.S.se tutto questo “delirio storico-artistico-fantasioso” opera della mia fantasia e di tanti colleghi guide turistiche italiane è a loro piaciuto i miei 25 lettori potranno trovare appagamento alla loro curiosità nella pagina Facebook “Amici di Vitalone da Foligno”.

la dea madre la vita più potente della morte

Questo è un articolo fatto in connessione con una pratica yoga che avevo proposto in un incontro a Perugia alcuni anni fa.

Forse è un punto di vista diverso da quello di Marco, più nell’ambito del simbolismo delle varie religioni del mondo antico, però mi sembrava attinente ad acuni articoli da voi postati

Per me la consapevolezza del contatto con la terra, la sensazione fisica del radicamento a terra sono fonti di energia a cui ricorro nei momenti difficili. La dea madre docet……

La Dea madre:

la vita più potente della morte

Nel corso degli anni passati all’Università a studiare le civiltà antiche spesso mi sono imbattuta in racconti mitologici, in cui avvertivo il forte significato simbolico, senza però comprenderlo a fondo. Usavo il pensiero razionale per capirli, ma quello era l’unico strumento che conoscevo bene allora.

Durante gli anni di pratica e di frequenza della Scuola di Yoga Mandala di Roma ho sviluppato maggiormente l’intuizione e la capacità di entrare in contatto con gli elementi naturali, facendo yoga all’aria aperta e sentendo l’energia dell’aria, della terra, del sole.

I popoli antichi creavano i miti in cui erano presenti questi elementi come divinità senza forma umana, come preesistenti alla creazione del mondo, eppure con un potere grande anche sulle persone: così l’elemento terra ‘entrava’ nel corpo energetico umano nel primo centro di energia, il muladhara, l’acqua nel secondo chakra, svadhisthana, il fuoco nel terzo chakra, manipura, l’aria nel quarto chakra, anahata e l’etere nel quinto chakra, vishuddha, e il corpo stesso aveva in sé elementi sia materiali che spirituali partendo dal basso verso l’alto.

Rileggendo i miti ho cominciato a comprenderli con l’intuizione e l’esperienza fisica di contatto con gli elementi naturali, simbolici presenti nei miti.

In particolare mi colpiva l’aspetto primordiale pre-esistente alle religioni codificate e la Dea Madre rappresenta bene ciò: nei miti di creazione del mondo è il “tutto unito” prima della separazione del Cielo dalla Terra.

Il contatto con la terra per me è ricongiungermi con le radici più profonde, di qui l’amore per il passato, per le tradizioni più antiche.

Perché La Dea Madre? Rappresenta l’archetipo della figura materna che ognuno di noi si è formato secondo il modello offerto in famiglia e fuori, nella società, secondo i propri personali vissuti e la relazione specifica con la propria madre.

Ho scelto la chiave interpretativa degli psicologi del profondo, come E. Neumann, allievo di C.G.Jung, per comprendere i miti e i simboli relativi alla Grande Madre, proprio perché trovavo una connessione tra i miti ed un’esperienza interiore vissuta.

LA DEA CHE CONTIENE MASCHILE E FEMMINILE : CAOS : UROBOROS

In un mito della Polinesia la Dea è vista come creatrice dell’Universo, origine di ogni cosa, in un momento in cui ancora tutto era unito e non c’erano il “maschile e il “femminile”.

La Dea crea gli Dèi strappandosi membra dal suo corpo: così genera Vatea, il padre degli dèi e degli uomini, poi dà origine ad altri dèi chiamati a presiedere le sorti di terre e mari. Vatea sposa una donna e genera cinque dèi, che a loro volta ne generarono altri….

In questo mito la Dea ha nel suo grembo le due polarità, maschile e femminile che in altre culture corrispondono a “spirito” e “natura”:

In seguito la coscienza umana ha separato questi due elementi, attribuendo al Cielo, lo spirito, tutto ciò che è superiore, leggero, chiaro, maschile, attivo, incorporeo, e alla Terra, la natura, tutto ciò che è inferiore, pesante, scuro, femminile, passivo, corporeo, materiale.

La Terra, come Dea Madre, a sua volta, ha un aspetto duplice: vita e morte convivono, nella dea della preistoria e dei periodi successivi: così come in natura la vegetazione nasce, muore e rinasce in primavera.

La Dea come un tutt’uno prima che fosse separato il cielo dalla terra ci fa pensare all’Uròboros, antico simbolo egiziano, che è il SERPENTE CIRCOLARE, IL DRAGO ORIGINARIO CHE SI MORDE LA CODA, l’AUTOGENERANTE, QUELLO CHE UCCIDE SE STESSO, SPOSA SE STESSO, E FECONDA SE STESSO è IL ROTONDO, IL GREMBO PRIMITIVO, L’UTERO MATERNO:

è/ uomo e donna / genera e concepisce / divora e partorisce/ è attivo e passivo/ è sopra e sotto contemporaneamente/

Così descrive questo simbolo Erich Neumann, allievo di Jung .

Il carattere universale della Dea Madre si trova in molte culture del mondo soprattutto nelle civiltà preistoriche europee: chi non ricorda le statuine in pietra rappresentanti una donna con i fianchi esageratamente larghi o i seni prominenti trovate in moltissimi siti paleolitici per un raggio di oltre 3.000 km: tra i Pirenei a occidente e la Siberia a oriente. In Europa la maggior parte di esse è stata trovata in Francia, Germania, Cecoslovacchia, Italia e Ucraina. La datazione è tra il 33.000 e il 9.000 avanti Cristo.

Marija Gimbutas autrice del libro “Il linguaggio della Dea “, ha raccolto moltissime di queste statuine classificandole secondo gli aspetti simbolici e citando le varie interpretazioni date.

Ecco alcuni pareri di studiosi su queste “Veneri mostruose”:

esse simboleggiano:

  • raffigurazioni di donne reali

  • ideali estetici e erotici

  • immagini di fecondità

  • sacerdotesse

  • antenate

Secondo uno studioso le “Veneri” esprimono una visione simbolica della femminilità e quindi sia la “madre” che “l’amante”.

Secondo Marija Gimbutas le “Veneri” esprimono vari aspetti della Dea creatrice, e secondo un’altra studiosa, Riane Eisler testimoniano una cultura, la paleolitica, basata sulla predominanza della figura della donna.

 Esaminiamo l’immagine quasi mostruosa della “Venere” paleolitica: la grande vulva, il ventre gravido, i seni esagerati, e la schematicità del resto del corpo: la testa non ha importanza e se c’è raramente ha connotati umani, mani e braccia sono di dimensioni ridotte e i piedi sono importanti solo come sostegni o puntelli.

Dalle varie posture delle immagini femminili e il loro collegamento con certi segni simbolici e con certi luoghi di culto si evidenziano aspetti della Dea riconducibili a due concetti:

  • DARE LA VITA, PROMUOVERE LA VITA E LA RINASCITA = rappresentazioni di una VULVA ( la parte per il tutto) che è simbolo di ogni nascita che avviene in natura: il germogliare delle piante, il germinare del seme, la primavera, il ritorno della vita.

  • DARE LA VITA E RIPRENDERSI LA VITA O MORTE immagini della dea con i seni, che dispensa vita e nutrimento, scolpita sui lastroni di certe tombe megalitiche, ci fa pensare che era anche dea della morte, che determinava la lunghezza della vita degli esseri umani.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato 2 sistemi religiosi: fino al 4.500 a.C. dominazione religiosa femminile e organizzazione sociale matrifocale, poi con l’invasione dei popoli indoeuropei ( dal 4.500 al 2.500 a.C.) prevalgono gli dèi maschili con un’organizzazione sociale maschile.

I due sistemi si fusero e sopravvissero nei miti: così rimangono gli aspetti della Dea Creatrice. In molte credenze, favole e filastrocche dei popoli europei le immagini femminili mitiche ripropongono certe caratteristiche della Dea preistorica della VITA, della MORTE, della RINASCITA: vedi le slave Baba Jaga e Paraskeva-Pjatnitsa, le irlandesi Machas, Morrigan o Queen Medb… e così via.

Le dee del Fato, Norne, ( che distribuiscono), Moire ( che dispensano), e Parche (che riprendono) risalgono alla Venere preistorica, e non alla cultura indoeuropea. Il carattere originario della Dea Madre si ritrova nelle divinità femminili dei tempi storici, come Iside in Egitto, Ishtar in Mesopotamia, Demetra in Grecia, e, in epoca più tarda, la Magna Mater a Roma e la Vergine Maria presso i cattolici.

Nella civiltà preindoeuropea, quella minoica di Creta, ( 1.600 a.C. circa) a discendenza matrilineare, pacifica, il potere era visto come ” la capacità di creare e di mantenere la vita, era potere di e non potere su: il potere di illuminare e di trasformare la coscienza umana ( e con essa la realtà).

LA DEA MADRE LEGATA ALL’ELEMENTO TERRA – FERTILITA’

In Grecia, Demetra, la dea materna, rappresentava la terra, non in quanto elemento primordiale, ma come “terra coltivata” . La terra è la dimora dei morti, ma è anche la riserva inesauribile di semi che germogliano e sono fonte di vita.

Demetra riceve i morti come accoglie i semi, ed è per questo che una tradizione molto antica ricorda che si offrivano sacrifici ai morti, pregandoli di far germogliare sulla terra “le buone cose”, nella convinzione che i sepolti dessero il nutrimento ai vivi, favorendo la crescita delle piante.

In Mesopotamia vi è il mito di Inanna e Dumuzi: Inanna dea dell’amore e della fertilità, muore negli Inferi, e viene resuscitata dall’acqua della vita dal dio Enki: ma deve trovare un sostituto, il suo sposo Dumuzi, il pastore perché nessunopuòuscire dagli Inferi : il mito si colloca nel paradigma dei riti agrari:la morte della vegetazione durante la stagione invernale e la susseguente rinascita in primavera, simboleggiata dalla morte e resurrezione di Inanna.

Analogalmente Demetra si alterna con la figlia Persefone agli Inferi.

 FEMMINILE – TERRA – INCONSCIO

 Erich Neumann., parlando dell’archetipo della Terra nella psicologia del profondo, dice che “la terra è la madre oscura di ciò che vive, il suo ventre partorisce ogni essere vivente, ma in quanto madre terribile, la Grande Madre divora e si riprende impietosamente tutto quanto ha generato. Il suo ventre mortale è l’abisso divorante dell’oscurità ; sepolcro, sarcofago carnivoro, inferno e mondo sotterraneo, esso è l’interno della terra, l’oscuro baratro di tutto ciò che vive”.

Scendere nelle profondità della terra è scendere nel proprio inconscio.

La terra quindi rappresenta l’inconscio incontrollabile: è il mondo affettivo degli istinti e delle emozioni, la forza esuberante del caotico, del diabolico, del profondo dell’uomo.

Nel viaggio agli Inferi ( leggi: viaggio nell’inconscio) l’eroe simboleggia la coscienza e la Madre terribile rappresenta l’inconscio,così come nella pratica Yoga si può attivare il primo chakra localizzato nel perineo, e legato all’elemento terra, alla sopravvivenza, agli istinti primari dell’essere umano, avendo attivato prima il terzo occhio, scendendo così consapevolmente nel mondo del primo chakra. ( leggi: gli Inferi).

L’uomo occidentale, con la sua formazione scientifica, considera l’esperienza dei simboli e delle immagini archetipiche un residuo arcaico da tempo superato: quindi non parlerà di Cielo e Terra, ma di Spirito e Natura . Lo psicologo del profondo che considera l’esperienza archetipica valida umanamente, si pone la domanda di come mai possano convivere nell’uomo due immagini archetipiche opposte, Cielo e Terra mentre l’archetipo ha un carattere unitario.

L’archetipo appartiene tanto alla psiche che sperimenta quanto alla realtà del mondo, che è da conoscere.

Nel corso della storia cambia la visione dell’archetipo terra.

Nel Medioevo esso era negativo, in quanto la femmina era legata al modo istintuale di cui la sessualità è simbolo ed era in contrapposizione all’archetipo cielo (elemento maschile) legato invece al mondo spirituale, positivo, alla Coscienza.

 Ma nel Rinascimento le cose cambiano: basta vedere le opere di Bosch e di Leonardo da Vinci, entrambi nati intorno al 1.450: Bosch è rivolto al passato, immerso nei valori del Medioevo, sommerso e posseduto dalle forze negativo-demoniache della terra, Leonardo rivolto al futuro, esprime la bellezza della terra e del suo nuovo spirito: con la liberazione e spiritualizzazione dell’archetipo della terra si libera anche l’elemento femminile che rivela il suo volto creativo e spirituale. Per Leonardo la terra è intesa come “madre natura che non ti abbandona”.

Portobello. Non solo un pappagallo…

Fin da ragazzina ho avuto una pessima opinione dei SOLDI.
Sarà che a casa i soldi mancavano e tutta l’economia familiare era basata sul “fai da te”. Infatti, mamma si cimentava con ottimi risultati nel confezionarci i vestiti ed i golf,  per non parlare della risuolatura delle scarpe.
Papà, invece, era addetto alla manutenzione della parte idraulica, elettrica e alla imbiancatura della casa. Tutti lavori che venivano svolti con  passione e con il sorriso sulle labbra. Continua a leggere