cap.4 (seguito)

Avrei potuto nel frattempo scrivere qualche parola riguardo alla kabbalah ma era troppo tardi, sentivo che Walter era più importante anche di questo e capivo quanto ero piccola dinanzi alla grandezza di tanta personalità, sentivo che forse io non avrei potuto parlare quasi di nulla con lui se mai mi fosse stato concesso di incontrarlo. Poi ci ripensai e mi feci coraggio e cercai motivi per avere stima di me stessa. Non ne ebbi bisogno. Il libro di Platone sulle Leggi che avevo letto oggi pomeriggio, mi ricordava che qualcosa di cui parlare l’avremmo, invece, trovato sicuramente. E forse mi avrebbe anche sorriso: “Il suo riso era incantevole; quando rideva , era come se si schiudesse tutto un mondo”1. Intanto in televisione stava scorrendo un film sulla Bibbia, un film vecchio di qualche anno ma a me piacevano le cose antiche. Abramo si stava separando da Lot, il suo cammino era un altro. Nella Bibbia ed in questo episodio, nel contesto che stiamo affrontando in questo scritto, non è però, tanto importante Lot quanto sua moglie. Il personaggio biblico Lot era nipote del Patriarca Abramo, figlio di suo fratello Aram. Egli aveva seguito suo zio nella sua partenza da Carran verso la terra promessa (Gen 11, 27-31); poi Lot si era separato da Abramo e aveva scelto per insediarsi, invitato dallo stesso Abramo, nei i territori fertili del Giordano e nella valle del Mar Morto dove sorgevano anche le città di Sodoma e Gomorra. Un giorno Abramo ebbe la visita di tre uomini misteriosi nell’ora più calda del giorno. Questi tre personaggi di difficile identificazione divengono comunque manifestazione della presenza di Dio tanto che ad essi Abramo si rivolge usando il singolare del verbo. Mentre tanto Ospite si intratteneva , dunque, in modo amabile con Abramo sotto le tende, rese nota ad Abramo la sua intenzione di distruggere Sodoma e Gomorra perché troppo grande era ivi la corruzione. Ma anche Lot abitava Sodoma e Gomorra ed i tre personaggi divini andarono a risiedere da lui. Ora durante la notte, gli abitanti chiesero a Lot di consegnare i suoi ospiti perché essi potessero sessualmente abusarne. Fu così che la Bibbia narrava della distruzione delle città non solo per il tipo di abuso omosessuale ma soprattutto per aver violato l’ospitalità, la filoxenia o accoglienza dello straniero, da cui il nome delle celebre icona della trinità di Rublev, la filoxenia di Abramo ove tre personaggi di aspetto identico ma con gli abiti di colore diverso, sono disposti attorno ad un tavolo e sembrano prendere il pasto piacevolmente. Dopo la distruzione delle città perpetrata da Dio, Lot e sua moglie con le figlie si allontanarono di lì salendo sul monte e dì lì la moglie di Lot compì quel sacrilegio per cui fu fatta statua di sale. Si volge a guardare le rovine della sua storia bruciate da una colonna del fumo bitume e zolfo di quella notte, colonna di morte, come ‘morto’ il mare che da essa prende nome, a memoria per noi.
Leggere il proprio presente invece che proiettato al futuro, con gli occhi volti alle rovine del passato, comporta un blocco completo del cammino. Non è possibile non andare avanti, impossibile il non pro-cedere in senso latino. Non era forse lo stesso concetto cui sempre attendeva Benjamin con la sua ossessiva attenzione al quadro di Klimt? Ma rileggevo le parole di Benjamin: poche volte a me, storica avvezza a tutto, era capitata una visione tanto limpida e nitida del senso della storia: Benjamin era davvero geniale. Io avevo deciso di amarlo e quanto avrei potuto fare per lui lo avrei fatto per sempre. Anche io farò come lui nella mia storia, che resta, nel tragitto che rimane: porterò sempre con me il quadro di Klimt come simbolo e documento del metodo da tenere nel cammino, metodo in senso greco sì, ma invertito: met-odos dal prefisso metà-dopo, e odos via: l’andare dietro alla ricerca, direzione che però costringe a progredire, ad andare avanti perché il tempo ci proietta, anche nostro malgrado, nel futuro. Si potrebbe come Angelus novus cercare di raccattare i frammenti distrutti del nostro passato ma il turbine che si scatena costringe ad avanzare: beato chi sa salire a cavallo delle nuvole e durante la tempesta può solo ed inevitabilmente proseguire.
La Televisione onorava così, o presumeva di farlo, la festa di Pasqua che si era celebrata proprio oggi. Pasqua, passaggio. La mente tramite i sensi correva da ogni parte, raccoglieva mille stimoli, mi metteva a mio agio in quest’ora quando la sera, dopo una giornata a volte troppo stancante, abbandonavo tutto per il mio viaggio con Jacob Taubes e la nostra strana comitiva.
Eravamo a pagina 31, i fogli profumavano di nuovo, l’odore si spandeva in tutta la piccola area intorno a me. Si parlava ancora della folie a deux del profeta e del suo messia o viceversa; Arriva poi la catastrofe. Nei giorni a cavallo della Pasqua 2011, quelli dell’Ottava di Pasqua, io e Jacob portammo con noi anche Walter Benjamin, fatto oramai inevitabile. Avevo un suo libro datomi dalla biblioteca, lo tenevo come un cimelio. Sarà anche utile la tecnologia con le sue nuove frontiere ma un libro vero è un ‘ altra storia. Sfogliando quelle pagine ero colmata della consapevolezza del valore di un libro, di quel libro in particolare: Walter mi irretiva con i suoi pensieri sulla storia: ero confusa e Jacob se ne accorgeva. <>. Mi aveva turbato quanto letto, proprio in questi giorni in cui ero stata portata a pensare da qualche sollecitazione delle miriadi che subivo, a pensare che il mio dare troppo tempo alla Storia era stato foriero di poco o di nulla. Pensare che la Storia aveva un diritto su di me, mi consolava. Non mi sentivo in colpa, io coi miei studi vecchi e decrepitissimi da cui non avevo mai guadagnato nulla. Eppure. Walter mi sorrideva sotto i baffi da una delle sue splendide foto bianco e nero. Perché i cinefili non hanno fatto un film sulla sua vita? Questo sì che è un uomo su cui realizzare un film che sarebbe un capolavoro.
Rimanemmo a pagina 31 quel pomeriggio del mercoledì dell’ottava di Pasqua. Pensai che la misericordia di Dio abbracciava tutto l’universo. W. Benjamin aveva ancora una volta vinto. Continua a leggere

A cavallo delle nuvole:Cap. 4

In questo saggio, pubblicato nel 1938, in piena dittatura hitleriana, Leo Baeck si pone un doppio obiettivo: reinserire i Vangeli nel loro contesto originale ebraico e rivendicare per le parole e le gesta di Gesù la loro reale fonte: l’autentica Tradizione ebraica. Baeck sostiene che l’insegnamento di Gesù, prendendo come base i Vangeli originali, non conteneva alcuna messa in discussione fondamentale dell’ebraismo, ma che fu soprattutto Paolo il responsabile della deriva antiebraica della Chiesa primitiva, colui che incarnò lo spirito pagano al punto da far trionfare il pagano-cristianesimo sul giudeo-cristianesimo. Leggendo questo libro, si ha come l’impressione che Baeck amasse il cristianesimo originale perché era ricco di nuove prospettive e si poneva come il crogiolo di un rinnovamento e non come un salto nell’ignoto. Il saggio è preceduto da un’ampia introduzione di Maurice-Ruben Hayoun che inquadra tutta l’opera di Leo Baeck nel contesto del pensiero ebraico-tedesco.
Un libro incredibilmente attuale che non mancherà di suscitare polemiche ma anche ammirati consensi negli ambienti più disparati – sia ebraici che cristiani – a cominciare da chi crede fermamente nel dialogo fra le religioni, e in particolare fra ebraismo e cristianesimo. Non basta, però, a illustrare questa nota che in realtà è un messaggio pubblicitario dell’editrice Giuntina. Il libro non lo comprerò, oltre perché non ho i soldi, anche perché non dice nulla del suo amore per le tragedie greche. Per il resto può essere però ai nostri fini, molto interessante. Ci dice una cosa essenziale di quest’ uomo . Fu deportato dal 1943, nel campo di concentramento di Theresienstadt di cui non so nulla, di cui devo documentarmi. Con Taubes e San Paolo ogni giorno ho ripensato l’Olocausto. Avrei voluto scrivere al Professore di quanto ho pianto, per tutti, per i bambini. E che sopravvivenza potrà aver avuto Josef Baech dopo essere stato tutti quegli anni nel luogo della morte, cosa sognava la notte, che pasticche prendeva? Io voglio pensarci tutti i giorni se no non vale, la vita non vale, il Paradiso non vale! Poniamo adesso che tutti quei bambini Dio li abbia posti in paradiso in un luogo cosi eccelso che San Paolo li guarda da lontano, ma perché non fare di tutto perché questo strazio termini? Infatti continua, lo sappiamo tutti che continua. Qualche volta sono così arrabbiata con Dio che mi pare di essere ad un millimetro dal perdere la fede, meno di in millimetro, un atomo, un quanto, una stringa parmenidea. Allora se ripenso a Parmenide e a quello che ho scoperto di Lui non riesco a non credere in Dio. Penso che è impossibile che Dio non ci sia e che se esiste avrà ragione Lui, sarà più bravo e infinitamente più intelligente di Me. Allora credo che mi dovrà dare spiegazione del baratro di ogni storia e che la sua spiegazione sarà la mia consolazione, sarà un abbraccio con lo Spirito Santo, il Paraclito in senso ovviamente greco. Continua a leggere

Riflessioni tra un anno e l’altro.

Da W. Benjamin ‘Sul concetto di storia’

Il tempo dell’orologio, del calendario è un tempo vuoto, un tempo che non esiste, che ancora non si è realizzato oppure che è già passato e quindi non esiste più. L’unico tempo reale è quello dell’attimo presente, dell’ADESSO come lo chiama opportunamente Benjamin. Sono così chiariti con assoluta precisione i modi di approccio alla storia: o una ‘memoria del passato’ che può spiritualmente istruire sul presente, qualora lo si utilizzi come ‘memoriale’, come insegnamento per il futuro come diceva Erodoto, oppure un ‘memoriale’ inteso alla maniera ebraica, un ricordo che rammenta la potenza salvica di Dio che è assolutamente fruibile anche nell’oggi.

E’ chiaro allora come la vera immagine del passato guizza via, è un frammento di secondi (?) o qualcosa di più breve ancora, che balena per non comparire più. Proprio nel momento della sua conoscibilità il passato è da trattenere ma la sua immagine, se è autentica, lo deve alla sua fugacità come scrive lo stesso Benjamin. Il questa rapidità di comunicarsi sta la sua unica chance. Proprio perchè è caduca questa verità può essere strappata via da un soffio di vento. Scappa, fugge, si dilegua. A prendere il suo posto, infatti, è pronta l’apparenza, che va più d’accordo con l’eternità.

Nell’ orizzonte temporale messianico l’idea di simultaneità si riferisce, per Benjamin, alla compresenza di passato e futuro nell’istantaneità del presente in cui si manifesta l’eternità del disegno divino. La trasformazione della percezione temporale che invece si ha in epoca moderna determina una simultaneità “obliqua” e trasversale che – sempre seguendo Benjamin – Anderson chiama «tempo omogeneo e vuoto», un tempo scandito e misurato da orologi e calendari.

Se riuscissimo a vivere nella verità continua di questo adesso continuo, molte paure fuggirebbero da noi,, sarebbe vita continua, una sempre presente e reale e continua eternità.

Auguri a tutti

roberta capodicasa e walter benjamin

Religione per atei

Molto bello questo saggio di Alain de Botton “Del buon uso della religione”, edito da Guanda. Il vero significato dell’operazione viene però dal sottotitolo: “Una guida per non credenti”. De Botton sostiene infatti che la religione non è solo materia per credenti, ma anche per atei; in particolare per tutti quegli atei che hanno a cuore la cultura come faro dell’umanità.
L’operazione di de Botton è quella di osservare le migliori pratiche religiose e capire come applicarle alla società laica. Una società che non riesce più a rendere credibili i propri valori, a ritualizzarli in maniera efficace, a farli rielaborare dai propri cittadini, che appaiono sempre più eterodiretti, abulici, igienizzati, sterili. Continua a leggere

La regina delle fosche Simplegadi

“Mai la nave Argo avrebbe dovuto volare attraverso le fosche Simplegadi verso la terra dei Colchi, né il pino, tagliato nelle gole boscose del Pelio, cadere per armare di remi le mani degli eroi che per Pelia andarono in cerca del vello d’oro”

Così inizia la tragedia “Medea” di Euripide, nella traduzione di Laura Correale (Universale economica Feltrinelli, I Classici, 1995). Una storia crudele e appassionante, alla quale mi sento legato da molti anni. Voglio precisare subito che non intendo in questo scritto fare una recensione o uno studio su questo argomento e tanto meno una critica (per questo ci sono persone molto più capaci di me, fuori e dentro questo blog), ma solo registrare alcune riflessioni che la lettura di questo testo mi suscita.

Maria Callas interpreta Medea nel film di Pierpaolo Pasolini

Maria Callas interpreta Medea nel film di Pierpaolo Pasolini

Il luogo dove si svolge la tragedia è Corinto, dove Medea e Giasone sono arrivati dopo la conquista del vello d’oro da parte di quest’ultimo, avvenuta in gran parte grazie alle arti magiche (e non solo) di Medea. Due episodi (precedenti l’azione della tragedia) descrivono il carattere di Medea:

il primo è l’uccisione del fratellastro, Absirto, il cui cadavere Medea farà poi tagliare in piccoli pezzi, che farà gettare in mare; tutto questo per costringere il padre Eete, che li stava inseguendo, a rallentare, per poterlo raccogliere e seppellire; in questo modo Medea riuscirà a salvare sé stessa e Giasone;

il secondo episodio è l’uccisione del Re di Iolco, Pelia, colpevole di aver usurpato il trono spettante a Giasone; Medea, dopo aver trasformato una pecora in agnello tagliandola a pezzi e bollendola in un calderone, convince le figlie di Pelia a sottoporlo allo stesso trattamento, allo scopo di donargli l’eterna giovinezza; ma quando sarà il momento di tirarlo fuori tutto intero (e giovane) dal pentolone, si rifiuterà di farlo. Continua a leggere

A cavallo delle nuvole, capitolo 3

Capitolo 3
Vivevo intanto con consapevolezza critica la 27esima quaresima consapevole della mia vita , protagonista di una battaglia. Avevo 46 anni, una determinazione assoluta su alcuni fronti, ali dell’esercito invece scoperte agli attacchi del nemico; le mie armi: un amore assoluto per la cultura oltre che alla parola di Dio. Quell’anno il vademecum del percorso sarebbe stata la Lettera ai Romani, ovviamente. La leggevo ogni giorno col senso che le dava un grande del nostro mondo occidentale:Lutero. La leggevo accompagnata da Taubes. Ricordavo in primis il mio maestro Agostino per cui la lettera ai Romani costituì “una luce quasi di certezza capace di disperdere tutte le tenebre del dubbio”1. La Lettera ai Romani un testo di una potenza unica come diceva Martin Lutero nella Prefazione alla sua traduzione del testo in lingua tedesca: <>2. Dovevo ancora avvicinare di soppiatto alcuni testi di un altro Josef, questa volta non Taubes ma il caro vecchio Ratzinger perfettamente consapevole che nell’enorme distanza tra questi tre grandi filosofi c’era forse qualcun altro che avrei ascoltato sicuramente qualora ne avessi potuto prendere nota; ma io non avevo fatto nulla di quanto raccomandava Lutero e dunque dei commentatori della Lettera ai Romani ero praticamente nell’ignoranza più buia. A volte pensavo che Jacob, consapevole della mia superba ignoranza, mi stesse tracciando una mappa, un iter basilare perché riuscissi ad orientarmi nel mondo della filosofia. Ancora non so, ero contenta soprattutto della sua cortesia, riempiva le mie lunghe giornate mentre trascorrevo anche io gli “arresti domiciliari”. Continua a leggere

Sante e streghe, ancora da Umbrialibri

Tre studiosi di spicco alla tavola rotonda su “La donna tra tensione mistica e tentazione diabolica” nel pomeriggio conclusivo di Umbrialibri, 13 novembre 2011.

Enrico Menestò (letteratura latina medievale), Tullio Gregory (filosofia), Franco Cardini (storia medievale) parlano della figura femminile della santa e della strega nel Trecento. Continua a leggere

il Dominus apparente

<<Non sempre il Dominus apparente della situazione controlla le dinamiche profonde che agitano il mondo sottostante, l’orchestra wagneriana della storia celata all’occhio di chi assiste>> G. Camassa, Atene, La costruzione della democrazia, Roma 2007, p.56.

Ascoltarsi

“In una biblioteca due utenti stanno litigando fra loro: uno vuole aprire la finestra perché gli manca l’aria e l’altro vuole che rimanga chiusa perché ha i reumatismi e teme la corrente. Alzano la voce e disturbano gli altri lettori. Arriva una prima bibliotecaria: «Silenzio! Se non vi sedete e state zitti, vi faccio uscire tutti e due!» Si siedono, ma dopo un pò ricominciano a litigare. Arriva una seconda bibliotecaria la quale ascolta attentamente entrambi e poi, dopo una breve riflessione, propone: «Che ne dite se apriamo la finestra della stanza accanto, in modo che l’aria circoli senza provocare correnti?»” (Tratto da Roger Fisher e William Ury, L’Arte del Negoziato, Mondadori, Milano, 1995, ed originale 1981).

18!!!

Un signore cammina per la strada e camminando non fa che ripetere: Diciotto, diciotto diciotto, diciotto diciotto…un passante lo osseva incusiosito e dopo aver compiuto le spese della mattina lo incrocia di nuovo dietro l’angolo della pelletteria. Il tipo continua imperterrito: diciotto, diciotto, diciotto diciotto, diciotto. Si ferma a dare una informazione ad un passante e poi ancora: diciotto diciotto, diciotto, diciotto…
Allora l’uomo decide di domandare al tipo il perchè delle ossessiva ripetizione. Si avvicina:<<Buongiorno! Mi scusi se mi permetto. Ma come mai continua a ripetere ossessivamente camminando il numero “diciotto”? >>. L’interressato alza la testa e guardanodlo risponde: <<Ecco un altro che non si fa i c…. suoi!!! Diciannove, diciannove, diciannove>>.

Questa è la barzelletta circolata ieri sera dal vivo tra alcuni ‘pezzi da otto’. E poi saremmo seriosi!!! Ciao a tutti ! buona domenica

r.